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23 Gen

“Arrival”, quando la lingua scardina le dinamiche del mondo

Una straordinaria e “liquida” Amy Adams.

Amy Adams (right) as Louise Banks in ARRIVAL by Paramount Pictures

“We offer weapon”. Offriamo un’arma, dicono gli alieni di “Arrival”. Un’arma capace di fornire una visione diversa della vita. La lingua vista come strumento per mettere in comunicazione siti diversi del mondo, obbligarli a studiare, a comunicare, a trovare l’origine. Denis Villenueve propone al pubblico un film di fantascienza, ultima forma di poesia vera ( fondamentale a questo proposito il richiamo a “Blade runner”, alla dualità tra umano e replicante). Le luci sono debitamente sfumate, la visione della vita è rarefatta e acquatica e lo spettatore la guarda attraverso gli occhi liquidi di Amy Adams, interprete eccezionale e raffinata, che rappresenta oggi uno dei fiori all’occhiello nel panorama ricchissimo di attrici sul quale il cinema internazionale può contare. E per l’economia del film non è un caso, a nostro avviso, che la narrazione inizi con Louise/Amy intenta ad una lezione all’università sulla lingua portoghese. Il portoghese è una lingua romanza formatasi in Lusitania e Galizia e parlata da un popolo che ha scoperta e ricerca di spazi infiniti nel DNA. Un particolare che può sfuggire ma che invece è la chiave per aprire il primo portone della storia. E non è un caso neppure che i migliori film di fantascienza degli ultimi anni vedano come protagonista una donna. Era successo nel capolavoro di Ridley Scott “Alien”, con una stroardinaria Sigourney Weaver, in “Gravity” con Sandra Bullock e adesso in “Arrival” con Amy Adams. La donna, del resto, è simbolo di maternità. ARRIVAL 2Niente di casuale dunque neppure nella forma delle dodici astronavi giunte sulla terra, a forma di “guscio” d’uovo, lo stesso uovo sospeso sulla testa della Madonna nella Pala di Brera di Piero della Francesca e che è da sempre simbolo di maternità. Louise, sospesa tra verticalità e orizzontalità che si invertono  annullandosi, arriva  fino a comprendere la lingua madre di ogni cosa, a capire le dinamiche dell’universo. “Che cosa faresti se tu potessi vedere il futuro? Cambieresti qualcosa della tua vita?” chiede Louise al coprotagonista. La risposta a questa domanda dà senso al film. Una proposta di filosofia quasi pura quella di Denis Villeneuve che, nella sua ricerca dell’origine, ricorda Dante e il suo Paradiso, filosofia pura applicata al cinema.

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