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20 Lug

Concerto Appassionato, con il Quartetto Fauves e Nazzareno Carusi insieme per la prima volta

Qualche giorno fa ho potuto ascoltare il concerto inaugurale del festival estivo dell’Accademia Pianistica di Imola: suonavano il Quartetto Fauves e il pianista Nazzareno Carusi, i primi chiamati ad aprire il concerto con il Secondo Quartetto di Borodin, il secondo a chiudere lo stesso “concertando” con gli archi nientemeno che il Quintetto op. 34 di Brahms. La scelta di andare ad Imola è stata dettata, oltre che dalla convinzione che un concerto da camerista di Nazzareno Carusi sia imperdibile quanto uno suo da solista, dalla curiosità di ascoltare i suoi nuovi protetti. Perché Carusi è uno straordinario pianista, un trascinante camerista e docente di Musica da Camera proprio all’Accademia di Imola, ma anche un generoso talent scout.

Il Quartetto Fauves, giovani serissimi in costante ascesa, ha aperto la serata con quel Quartetto di Borodin conosciuto soprattutto grazie allo struggente Notturno. Opera profondamente borodiniana e romantica, rapsodica e a modo suo anche formalmente risolta, in bilico tra i temi cantabili di impronta slava e la ricerca di un equilibrio sintattico apparentemente precario ma nondimeno affascinante, questo Quartetto ha trovato nel Quartetto Fauves interpreti felicemente affini al suo spirito interiore, capaci di catturare e porgere sia armonicamente che timbricamente i tanti suoi paesaggi sonori e quello struggimento che esalta e sfinisce insieme. La lettura del Quartetto Fauves era così gustosa, efficace nel mettere in luce, oltre ai rapinosi temi “russi”, una finezza di scrittura che è stata esaltata dalle ottime capacità individuali dei musicisti.

Dopo, il vertiginoso Quintetto in fa minore per pianoforte ed archi di Brahms.  La pagina, tra le più amate di Brahms, è nelle orecchie di tutti noi per le esecuzioni storiche leggendarie, perché non vi è pianista che sia tale che non l’abbia affrontata e con quartetti di prim’ordine, perché è l’essenza stessa del quesito su come affrontare Brahms, di volta in volta interpretato come il titanico discendente delle più perfette forme classiche o, al contrario, come un fiume in piena, travolgente, che sempre ritrova il suo alveo naturale. Mi sarei aspettato un pianoforte, quello di Carusi, naturalmente dominante. Invece, egli ha messo al servizio della musica (e dei suoi giovani compagni d’avventura) tutta la sua sapienza concertante, suggerendo e mirabilmente assecondando le dinamiche e i tempi più giusti, facendo sì che gli archi del Quartetto Fauves potessero far emergere la loro perizia, infine ottenendo  – dal nuovo Quintetto – una pregnanza discorsiva e un tessuto sonoro di vera bellezza, che aspetta di essere più e più volte suonato per arrivare a quel risultato che il concerto di Imola ha fatto chiaramente intravedere, quello di pensare la musica all’unisono.

(Foto di Gian Luca Liverani)

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