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18 Feb

Matilde Serao cuntista del cibo di strada

In quanti modi si può declinare il cibo? Nei più diversi per Matilde Serao, la fondatrice del quotidiano “Il Mattino di Napoli”, impietosa cuntista della società partenopea ottocentesca. Mezzo, se non per vivere, almeno sopravvivere, strumento per scalate sociali o per ostentare ricchezza come nel caso del battesimo  di “Agnesina Fragalà; bella figlia di papà” , raccontato ne “Il paese di cuccagna”: trionfo di gelati, grossi e rotondi contenuti in conchiglie rosse ed azzurre di cristallo, dai filetti d’oro; di spumoni, “metà crema e metà gelato, di tutte le mescolanze, crema e cioccolatte, mandarino e poncio, crema e pistacchio, crema e fragola, lattemiele e fragola…”. Ma anche affannoso sogno per evadere da un’alienante quotidianità come nel pranzo pasquale offerto ai poveri e da lei descritto con crudo realismo  in “Suor Giovanna della Croce” o sommo bene da sacrificare sull’altare del lotto, della “bonafficiata”, miraggio del popolino accalcato nei bassi dell’antica Napoli in attesa del sabato pomeriggio per cambiare vita. Mangiare “saporito” e a sufficienza, come i ricchi, una volta  usciti i numeri sognati o dati dal monaco santo, dall’assistito; quei piatti poveri comprati dagli ambulanti o in cavernosi bassi, pagati al massimo due soldi finalmente svaniti come notturno incubo.

Già, si può dire che Matilde Serao nei suoi scritti, soprattutto ne “Il ventre di Napoli” codifica il cibo di strada, comprato da artigiani, sartine, fioriste e pezzenti mettendo insieme i pochi soldi tante, troppe volte scampati al delirio del lotto. Fatto da pizze “di una pasta densa, che si brucia ma non cuoce, cariche di pomidoro quasi crudo, di aglio, di pepe, di origano”, tagliate in tanti pezzi da un soldo e vendute, di giorno e di notte, agli angoli di strada “che si gelano al freddo, che si ingialliscono al sole mangiate dalle mosche…e da povere donne  che sedute sullo scalino del tasso, ne comprano e cenano, cioè pranzano, con questo soldo di pizza”.

Soltanto un misero soldo per stordire lo stomaco, lo stesso che serviva per avere dal friggitore un cartoccetto di fragaglia, pesci minutissimi di scarto fritti nell’olio o i panzarotti con, all’interno, un pezzetto di carciofo, un torsolino di cavolo, un frammento di alici o, da una vecchia “nove castagne allesse, denudate dalla prima buccia e nuotanti in un succo rossastro: in questo brodo il popolo napoletano ci bagna il pane e mangia le castagne, come seconda pietanza”. Sublime acrobazia gastronomica al pari delle due spighe di granturco cotte nell’acqua od arrostite, della scapece fatta “di zucchetto o di molignane fritte nell’olio e poi condite con pepe, origano, formaggio, pomidoro. Esposta in istrada, in un grande vaso profondo in cui sta intasata, come una conserva e da cui si toglie con un cucchiaio. Il popolo napoletano porta il suo tozzo di pane, lo divide per metà, e l’oste ci versa sopra la scapece” e della spiritosa, ovvero “pastinache gialle cotte nell’acqua e poi messe in una salsa forte di aceto, pepe, origano, aglio e peperoni”.

Con la speranza, di poter comprare, con qualche soldo in più, i maccheroni con sugo di pomodoro e piccante cacio grattugiato di Crotone da improvvisati osti con cui litigare pur di avere “un po’ più di sugo, un po’ più di formaggio e un po’ più di maccheroni” o un pezzo di polpo bollito nell’acqua di mare oppure ritagli di grasso di  maiale e pezzi di coratella, cipolline e frammenti di seppia fritti in una grossa padella, posti dal venditore sul pane del cliente facendo attenzione che “l’unto caldo e bruno non coli per terra, che vada tutto sulla mollica”.

Niente verdure, frutta e maccheroni. Costavano troppo per i napoletani poveri che, quando potevano, imitavano quelli più ricchi che con otto soldi al giorno, si concedevano la minestra maritata, un grande piatto preparato con indivia, foglie di cavolo, cicoria ed altre erbe.

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