{"id":21513,"date":"2019-01-10T17:37:06","date_gmt":"2019-01-10T16:37:06","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressroom.cloud\/faber-20\/"},"modified":"2019-01-10T17:37:06","modified_gmt":"2019-01-10T16:37:06","slug":"faber-20","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressroom.cloud\/en\/faber-20\/","title":{"rendered":"Faber. 20"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Quando ti appresti a scrivere di un grande artista ti senti inadeguato. Non vorresti mai che quello che trasmetti possa essere banale, ovvio, gi\u00e0 sentito. Di certo con <a href=\"http:\/\/www.fabriziodeandre.it\/\">Fabrizio De Andr\u00e9 <\/a>questo disagio lo si sente di pi\u00f9. Ho guardato nella mia biblioteca i libri che posseggo su di lui, e mi sono spaventato per il loro numero. Di certo penso che saranno solo il 10% di quelli pubblicati; percentuale che si abbasser\u00e0 sicuramente in questo anno che inizia.<\/p>\n<div id=\"attachment_3507\" style=\"width: 390px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-3507\" class=\"wp-image-3507\" src=\"https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/de-andr\u00e8-Foto-di-Guido-Harari-300x205.jpg\" alt=\"\" width=\"380\" height=\"260\" srcset=\"https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/de-andr\u00e8-Foto-di-Guido-Harari-300x205.jpg 300w, https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/de-andr\u00e8-Foto-di-Guido-Harari-768x525.jpg 768w, https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/de-andr\u00e8-Foto-di-Guido-Harari.jpg 800w\" sizes=\"auto, (max-width: 380px) 100vw, 380px\" \/><p id=\"caption-attachment-3507\" class=\"wp-caption-text\">Faber, foto di Guido Harari<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perch\u00e9 parlare di De Andr\u00e9 ancora oggi? A vent\u2019anni dalla sua morte, quell\u201911 gennaio del 1999 che avremmo voluto non arrivasse mai. Il cantautore di Genova, senza cadere nella retorica, \u00e8 andato oltre a quel presunto effimero che avvolge la <em>popular music<\/em>. Per lui si sono spesi termini come \u201cpoeta\u201d: stesso appellativo che ha contraddistinto la produzione di due artisti d\u2019oltreoceano come Leonard Cohen e Bob Dylan. \u201cPoeta\u201d lo definiva Fernanda Pivano, una che di letteratura se ne intendeva. Cos\u00ec a vent\u2019anni dalla morte De Andr\u00e9 non ha intaccato la sua forza dirompente, legata alla sua musica e, prima di tutto, ai suoi testi. Perch\u00e9 \u00e8 proprio nelle parole che ha utilizzato, che sta la potenza del messaggio di Faber. Con questo non si vuole togliere nulla alla musica che ha accompagnato i testi. Ma \u00e8 risaputo che lui stesso delegava gran parte della \u201cveste\u201d sonora a grandissimi musicisti e compositori (pur vigilando con attenzione alla realizzazione finale). Per far questo si \u00e8 rivolto a nomi quali Nicola Piovani, Gian Piero Reverberi, Massimo Bubola, Ivano Fossati, Mauro Pagani. Ma, come si diceva, quello che ha caratterizzato di pi\u00f9 la produzione di De Andr\u00e9 \u00e8 stata la ricerca linguistica. Molti anni fa Massimo Bubola (autore con Faber di molti brani) mi ha raccontato che passavano intere settimane per trovare la parola giusta da inserire in un verso. Anche Mauro Pagani descrive bene questa attitudine alla ricerca: \u00ab<em>Fabrizio passava il suo tempo a leggere, osservare, ascoltare. Guardava, borbottava, prendeva appunti su sgualciti quaderni di scuola, pieni di righe fitte, costellati di cancellature e correzioni. Stava seduto immobile in mezzo alle cose e lasciava che le parole dei suoi mille libri, ci\u00f2 che gli raccontava la gente o pi\u00f9 semplicemente l\u2019infinita logorrea della televisione lo attraversassero e accendessero qua e l\u00e0 scintille e lumini<\/em>\u00bb. E ancora Pagani ci racconta che: \u00ab<em>Ho avuto la grande fortuna di scrivere con lui due dischi <\/em>[\u201cCr\u00eauza de m\u00e4\u201d e \u201cLe Nuvole\u201d]<em>, peraltro molto diversi tra di loro, e in entrambi i casi mi sono reso conto che la cosa pi\u00f9 importante per lui, la prima in assoluto, era la scelta di \u201ccosa\u201d raccontare. Non lo stile musicale, gli arrangiamenti o quant\u2019altro, ma \u201cdove andiamo, di chi parliamo\u201d. La seconda domanda era naturalmente \u201cCome\u201d<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-3504 alignright\" src=\"https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/pivano-300x214.jpg\" alt=\"\" width=\"418\" height=\"298\" srcset=\"https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/pivano-300x214.jpg 300w, https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/pivano.jpg 760w\" sizes=\"auto, (max-width: 418px) 100vw, 418px\" \/>Un\u2019altra sua grandezza, riconosciuta da tutti, \u00e8 stata quella di dar voce agli ultimi, proseguendo la missione della tradizione anarchica e di poeti come Fran\u00e7ois Villon e Edgar Lee Masters, di cui ha portato in musica i personaggi dell\u2019<em>Antologia di Spoon River<\/em>. E proprio per quel progetto (che divenne poi l\u2019album <em>Non al denaro, non all&#8217;amore n\u00e9 al cielo<\/em>), De Andr\u00e9 incontr\u00f2 Fernanda Pivano, che aveva contribuito con le sue traduzioni a far conoscere in Italia molti scrittori statunitensi. La Pivano ricorda: \u00ab<em>\u00c8 stato cos\u00ec che un giorno Fabrizio \u00e8 arrivato nella mia casa ancora zeppa di libri [\u2026] e con quella voce incredibile mi ha detto che voleva fare un disco su Spoon River, [\u2026] mi ha parlato, parlato, parlato, e Spoon River \u00e8 diventata improvvisamente reale. I personaggi erano l\u00ec nella stanza con noi, e uno per uno si dicevano la loro disperazione, la loro delusione, la loro drammatica scoperta della realt\u00e0 della vita<\/em>\u00bb. Mi accorgo che pi\u00f9 scrivo e pi\u00f9 dovrei scrivere; ma nel contempo non riuscirei a dar conto di quanto sia stato importante il lavoro di De Andr\u00e9 nella letteratura del Novecento, e del suo impatto sociale. Lascio a Don Andrea Gallo, suo concittadino e accanto a lui in innumerevoli battaglie, l\u2019ultima parola. \u00ab<em>Anch\u2019io ogni giorno, come prete, \u201cverso il vino e spezzo il pane per chi diceva ho sete e ho fame\u201d. Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del tempio, ma per le strade, nei vicoli pi\u00f9 oscuri, nell\u2019esclusione[\u2026]. La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l\u2019intelligenza. Abbiamo riscoperto tutta la tua \u201cantologia dell\u2019amore\u201d, una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l\u2019aspirazione alla libert\u00e0. E soprattutto, ricordandoti, le tue canzoni ci stimolano ad andare avanti<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(In copertina, foto di Carlo Silvestro Marka)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quando ti appresti a scrivere di un grande artista ti senti inadeguato. Non vorresti mai che quello che trasmetti possa essere banale, ovvio, gi\u00e0 sentito. 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