{"id":21520,"date":"2018-12-03T19:13:17","date_gmt":"2018-12-03T18:13:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pressroom.cloud\/a-country-dream-in-un-libro-italiano-la-parabola-di-eric-andersen\/"},"modified":"2018-12-03T19:13:17","modified_gmt":"2018-12-03T18:13:17","slug":"a-country-dream-in-un-libro-italiano-la-parabola-di-eric-andersen","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pressroom.cloud\/en\/a-country-dream-in-un-libro-italiano-la-parabola-di-eric-andersen\/","title":{"rendered":"A country dream&#8230;in un libro italiano la parabola di Eric Andersen"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Che cosa sia successo nel Greenwich Village tra gli anni \u201950 e \u201970, bene o male, lo sappiamo tutti. E ora che sono passati pi\u00f9 di 50 anni magari si dovrebbe riavvolgere il nastro e mettere su carta, al di l\u00e0 delle ideologie, dei miti e delle fazioni culturali e musicali, la storia di una stupenda stagione di passione e creativit\u00e0.<br \/>\nSe non fosse che potrebbe sembrare quasi \u201cblasfemo\u201d, si potrebbe affermare che il Greenwich Village di quei decenni fosse pari alla Firenze del Rinascimento. In pochi isolati si raccolsero scrittori, poeti, artisti visivi, musicisti, visionari provenienti dalle altre parti degli Stati Uniti e anche da fuori. L\u00ec trovarono un terreno fertile per \u201cringiovanire\u201d la cultura occidentale, mettendo un seme per travolgere molte barriere sociali e territoriali, eredit\u00e0 dei secoli precedenti.<br \/>\nI nomi che hanno frequentato il quartiere sono innumerevoli: Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Woody Allen, Dustin Hoffman, Al Pacino, Barbra Streisand, Andy Warhol, Joan Baez, Dave Van Ronk, Paul Simon, Art Garfunkel, Joni Mitchell, Fred Neil, Phil Ochs, Frank Zappa, Nina Simone, Lou Reed e Bob Dylan. Tra di loro si aggirava anche un altro personaggio, meno noto a molti, ma che ebbe modo al pari dei sopracitati di creare una traccia indelebile nella cultura musicale dell\u2019epoca: <a href=\"http:\/\/www.ericandersen.com\/\">Eric Andersen<\/a>. Originario di Pittsburgh (Pennsylvania), arriv\u00f2 nel Village a met\u00e0 degli anni \u201960, divenendo da subito un punto di riferimento per gli altri artisti. Ma, contrariamente alla sua importanza, ad Andersen non \u00e8 mai stato dedicato un libro. A questa pecca sopperiscono due autori italiani, Paolo Vites e Roberto \u201cJacksie\u201d Saetti, che hanno scritto il volume <em>Ghosts Uppon The Road<\/em>, dove il singer songwriter statunitense viene raccontato, in modo approfondito, attraverso i suoi dischi; ospitando anche un\u2019introduzione dello stesso Andersen.<br \/>\nPer capire meglio l\u2019importanza del personaggio abbiamo posto alcune domande a Paolo Vites, giornalista, critico e storico della popular music.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-3423\" src=\"https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/AndersenCover-208x300.jpg\" alt=\"\" width=\"406\" height=\"585\" srcset=\"https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/AndersenCover-208x300.jpg 208w, https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/AndersenCover-709x1024.jpg 709w, https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/AndersenCover-768x1109.jpg 768w, https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/AndersenCover-1064x1536.jpg 1064w, https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/AndersenCover-1419x2048.jpg 1419w, https:\/\/www.pressroom.cloud\/wp-content\/uploads\/AndersenCover.jpg 1698w\" sizes=\"auto, (max-width: 406px) 100vw, 406px\" \/><strong>Chi \u00e8 Eric Andersen e per quale motivo fino ad ora non \u00e8 mai stato scritto un libro su di lui?<br \/>\n<\/strong>\u00abEric Andersen \u00e8 uno dei massimi singer\/songwriter di sempre, un gradino sotto Bob Dylan. Per una serie di motivi, equamente divisi tra sfortuna e una certa pigrizia personale, non ha mai goduto del successo commerciale che merita, tranne nel breve periodo a inizio anni \u201870 quando usc\u00ec l\u2019album <em>Blue River<\/em>. In breve \u00e8 diventato un artista di culto, su cui nessuna casa editrice ritiene investire. Ma d\u2019altro canto, circa vent\u2019anni fa, una importante casa editrice italiana respinse la mia proposta di tradurre l\u2019autobiografia di Levon Helm, leader di The Band, forse il pi\u00f9 importante gruppo rock, perch\u00e9 \u201cpoco commerciabile\u201d\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In che modo tu e Saetti avete deciso di colmare questo buco narrativo?<br \/>\n<\/strong>\u00abNel modo pi\u00f9 semplice; sia per il fatto che, come sempre in questi casi, abbiamo lavorato nel nostro (poco) tempo libero, che perch\u00e9 sentivamo l\u2019importanza di riproporre tutto il suo catalogo discografico, in gran parte sconosciuto ai pi\u00f9. Cos\u00ec abbiamo deciso di fare il classico libro \u201cdisco per disco\u201d, ma anche con molte testimonianze sue e di suoi collaboratori\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Nelle canzoni di Andersen ci sono stati sempre riferimenti letterari, soprattutto di scrittori europei, da cosa deriva questo suo attaccamento alla cultura del Vecchio Continente?<br \/>\n<\/strong>\u00ab\u00c8 una tradizione americana, da Hemingway a Henry Miller e tanti altri. Pensiamo al successo di cui gode un regista americano come Woody Allen in Europa, mentre \u00e8 quasi ignorato in America. Gli europei sanno riconoscere meglio degli americani i loro grandi artisti, che qui trovano corrispondenza e riconoscimento\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In un mercato musicale dove l&#8217;effimero la fa da padrone, le ultime scelte artistiche di Andersen vanno contro corrente. Camus, B\u00f6ll, Byron: non ti sembra che siano un po\u2019 troppo snob?<br \/>\n<\/strong>\u00abForse, tre dischi consecutivi dedicati ad altrettanti scrittori sono troppi, ma a questo punto della sua carriera si sta togliendo delle soddisfazioni personali. Ed \u00e8 un esperimento molto affascinante che finora ben pochi altri artisti hanno provato a fare\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La stagione dei folksinger del Greenwich Village ormai ha pi\u00f9 di 50 anni. I protagonisti di allora, almeno quelli che sono sopravvissuti, non si sono mai visti come \u201ccombat singer\u201d preferendo con il tempo un percorso culturale a quello politico. Andersen ne \u00e8 l&#8217;esempio. Come ti spieghi un atteggiamento del genere?<br \/>\n<\/strong>\u00ab\u00c8 qualcosa che \u00e8 successo anche nella societ\u00e0. Di fatto i cantautori e gli artisti rock hanno raccontato quello che succedeva, la lotta per i diritti civili, la guerra in Vietnam. Quando poi queste tensioni sociali sono cadute per vari motivi, anche loro hanno seguito lo stesso percorso, dedicandosi all\u2019analisi dei rapporti personali. Divenne la generazione del ritiro nel privato, del riflusso, come in Italia successe negli anni \u201880\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Dylan \u00e8 stato l&#8217;esponente massimo della cultura nata nel Greenwich Village di New York, quanto \u00e8 rimasto di quella eredit\u00e0?<br \/>\n<\/strong>\u00abQuasi nulla. A fine anni \u201880 e primi anni \u201890 ci fu una generazione di nuovi cantautori molto interessante e vivace, da Tracy Chapman a Sheryl Crow, da Suzanne Vega e altri, ma oggi non si vedono cantautori interessanti, solo fotocopie di fotocopie\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Con il Nobel a Dylan si \u00e8 sdoganato ai pi\u00f9 alti livelli un mondo letterario \u201cparallelo\u201d, quanto l&#8217;ambiente del Greenwich Village degli anni \u201860 ha contribuito al conferimento del premio? Oppure secondo te \u00e8 tutta opera di Dylan?<br \/>\n<\/strong>\u00abBob Dylan \u00e8 stato sicuramente il migliore di tutti a usare le parole, ma non certo il solo. Paul Simon, che cominci\u00f2 anche lui al Greenwich, \u00e8 uno straordinario autore, e anche Eric Andersen ha svolto il suo ruolo, includendo elementi della poesia romantica francese nel linguaggio delle canzoni. Non dimentichiamo che Leonard Cohen, il vero \u201cpoeta della canzone\u201d decise di passare alla musica dopo aver ascoltato <em>Violets of dawn<\/em> di Andersen. Il Greenwich di quel periodo storico era una fucina di talenti che stavano esplodendo in contemporanea. Forse anche Dylan non sarebbe stato quello che \u00e8 stato fuori di quell\u2019ambiente\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il percorso artistico di Andersen ha attraversato quasi 6 decenni. In esso si possono individuare delle tappe fondamentali? E nel contempo si pu\u00f2 individuare un legame continuativo nella sua produzione?<br \/>\n<\/strong>\u00abIl legame continuativo \u00e8 il tema delle sue canzoni: esplorare tutti gli aspetti delle relazioni uomo\/donna o comunque affettivi, una sorta di sfida e di guerra, un modo per conoscere intimamente se stessi. Dal punto di vista musicale \u00e8 stato uno dei protagonisti del folk revival negli anni \u201860; dei singer songwriter negli anni \u201870 cosa che \u00e8 ancora adesso\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Andersen gi\u00e0 da tempo ha deciso di vivere in Europa. Tu che lo conosci bene hai potuto capire quale sono state le motivazioni per aver abbandonato New York e gli Stati Uniti?<br \/>\n<\/strong>\u00abIn Europa ha trovato un pubblico che in America non aveva pi\u00f9 e soprattutto due mogli e quattro figli\u2026\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Andersen ha insegnato molto alle generazioni che l&#8217;hanno seguito, chi sono i suoi adepti che pi\u00f9 hanno avuto successo? E chi avrebbe meritato tra quelli che non ce l&#8217;hanno fatta?<br \/>\n<\/strong>\u00abDifficile dire chi ha seguito chi, quel mondo \u00e8 legato fra di s\u00e9, ognuno influenza l\u2019altro. Sicuramente John Gorka, cantautore che ha esordito negli anni \u201880 e ha anche inciso una bella cover di <em>Thristy Boots<\/em>. Negli anni \u201860 e \u201870 David Blue, che non ha mai avuto il riconoscimento meritato anche se incise un brano ripreso dagli Eagles che divenne una hit grazie a loro, fino alla morte prematura\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Per finire: tre dischi da consigliare per conoscere Andersen. E quale \u00e8 il tuo preferito?<br \/>\n<\/strong>\u00abIl mio preferito \u00e8 <em>Stages: The Lost Album<\/em>, quello in cui dal punto di vista compositivo e lirico tocca il suo vertice. Tre dischi consigliati: <em>\u2018Bout Changes and Things<\/em>, <em>Stages<\/em>, <em>Ghosts upon the road<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In copertina: Eric Andersen fotografato da Paolo Brillo<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(Il libro non \u00e8 distribuito nei negozi, per acquistarlo scrivere a <u>vitespaolo@gmail.com<\/u> o <u>jacksie1956@gmail.com)<\/u><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cosa sia successo nel Greenwich Village tra gli anni \u201950 e \u201970, bene o male, lo sappiamo tutti. 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