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10 Mag

Festival dei Due Mondi: il cuore dell’Umbria diventa palcoscenico

La LXII edizione si presenta con oltre cento eventi, in scena a Spoleto dal 28 giugno al 14 luglio. Inaugurazione con l’opera Proserpine di Silvia Colasanti

 

Silvia Colasanti (foto di Barbara Rigon)

Dutch National Ballet, Hans Van Manen, “Adagio HammerKlavier”

La LXII edizione del Festival dei due Mondi di Spoleto sgorga dal suo manifesto. L’oceano, elemento fluido, che lascia dialogare diverse culture, è visto da David Lachapelle, attraverso la leggerezza e il carisma di una Venere nera, una dea che passa il testimone ad un altro mito, quello di Proserpina. “Drama” e “dramatikòn”, dramma e drammaticamente rappresentabile, c’è la riattivazione del romanzo filosofico, alla base dell’apertura del Festival, affidata alla figura di Proserpina, simbolo di un’idea cardine del pensiero occidentale, ovvero quella di sofferenza e rigenerazione, dell’ ineludibile rapporto di morte e vita, che sottende l’idea di felicità, nella coscienza che quest’ultima non sia attingibile senza sforzo e purezza, quindi, senza trasformazione, metamorfosi. Il direttore artistico Giorgio Ferrara, ha commissionato, per la giornata inaugurale, fissata per il 28 giugno, nel Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti, “Proserpine”, un adattamento del poema della Shelley, alla compositrice Silvia Colasanti. Dopo il Minotauro, tratto da Dürrenmatt, è questo il secondo titolo della trilogia di rivisitazione dei miti antichi, come approccio dell’inconscio e dei rapporti umani, che saluterà l’opera musicale aerea, espressiva e neoclassica della autrice romana, speziata di ritmi insoliti e con un cangiante prisma di toni, colori ed emozioni, che sarà eseguita dall’Orchestra Giovanile Italiana, diretta da Pierre-Andrè Valade, per la regia dello stesso direttore artistico del Festival Giorgio Ferrara, mentre nel ruolo del titolo debutterà Dísella Lárusdóttir. Se l’inconscio è uno dei termini che il cartellone intende sviscerare, ci viene incontro Emma Dante con il suo “Esodo”, una rilettura dell’ Edipo Re sofocleo, in scena al Teatro San Simone, in prima assoluta il 4 luglio. Eroe della ragione, Edipo soccombe alla incapacità, che non è soltanto sua, ma di una società e di una cultura, di recuperare l’irrazionale, sciogliendone gli enigmi o, in ogni modo, non escludendoli dal conto della vita, unitamente al bisogno del dubbio e del confronto con l’altro e di accogliere le differenze, in nome di un’origine e di un destino comune. Uno studio, questo, che Emma Dante ha condotto con i suoi collaboratori e con gli allievi della “Scuola dei mestieri dello spettacolo” del Teatro Biondo di Palermo, per un “Esodo”, la cui “terra promessa” non poteva non essere rappresentata dalle tavole di un palcoscenico. Anche il Teatro Romano apre alla danza nella giornata inaugurale, con un omaggio al mito di Rodolfo Valentino, firmato dalla coreografa indipendente Valérie Lacaze, la quale torna a lavorare con l´Ecole-Atelier Rudra Béjart, per “My French Valentino”, che sarà impreziosito dalla partecipazione speciale di diversi insegnanti del Rudra Bejart, tra cui quella del suo direttore artistico Michel Gascard. Un divertente viaggio nella sfolgorante carriera di Rudy, dai suoi primi anni come ballerino nella Parigi prebellica, in cui imperavano i Balletti Russi di Diaghilev, fino alla partenza verso il sogno americano, attraverso il racconto degli straordinari incontri di cui fu costellata la sua vita di attore a New York e a Hollywood. Le musiche originali di Anne Vadagnin, sposano quelle degli anni Venti e le chanson del XX e XXI secolo, riportando in vita il periodo d´oro della Belle époque e gli anni ruggenti. Si continuerà negli stessi spazi, il 5 luglio, con il Dutch National Ballet, che omaggerà Hans Van Manen, con tre pietre miliari della sua opera: “Adagio HammerKlavier”, dalla Sonata Nr. 29 B-Dur op. 106 di Ludwig Beethoven, di una lancinante espressività, “Kleines Requiem”, che anima l’intensa pagina di Mikolaj Gòrecki e i dolenti ed ossessivi “5 Tangos” di Astor Piazzolla, in cui il tempo, come autosufficienza dell’istante, assume una dimensione sacrale, iniziatica, misterica. Il coreografo Hans van Manen si concentra sul movimento più puro. Non cerca di narrare una trama, non cerca la drammaticità del racconto, del personaggio, ma si pone alla ricerca della bellezza delle linee, attraverso lo sviluppo di coinvolgenti scambi tra i corpi degli interpreti nello spazio. Le emozioni provengono dalla musica, e con Van Manen la gamma diventa incredibilmente ampia, facendo totale affidamento al proprio udito e alla reattività alla struttura emotiva e immaginaria del materiale musicale scelto, del corpo umano. Tutti al “Berlin Kabarett”, con Marisa Berenson, che dal 29 giugno attenderà il suo nella Sala Convegni San Nicolò, dinanzi ad un flute di champagne. Un omaggio al cabaret tedesco, che, tra musica e prosa, racconta la dolorosa storia, che ha macchiato di crudeltà l’umanità. Negli anni ’30 in Germania, una infinità di piccoli gruppi, che non ci stavano ai bruschi cambiamenti, imperversavano amatissimi dal pubblico nei music-hall e nelle caffetterie liberty europee, particolarmente quelle di tradizione viennese. L’anima tedesca, visceralmente festaiola e birraiola, smaltiva così gli orrori di una guerra appena finita e inneggiava alla sbornia della vita, mai immaginando che, quella così bella époque, sfociasse, invece, presto in un altro conflitto ben più terribile. Fu nel 1927 che tre tedeschi e tre ebrei berlinesi decisero di formare i “Comedian Harmonists”, col nome che diceva esattamente che avrebbero buttato tutto, ma proprio tutto, in commedia. Nei cabaret dell’epoca, si cantava con spiccato stile e umorismo mitteleuropeo le più famose ariette popolari del tempo, ed anche brillanti pezzi classici, che gli artisti sconvolgevano a loro piacimento rendendo la musica esilarante e mandando in visibilio tutte le platee. Il regime però cominciava a non vedere di buon occhio il semitismo, e fu così che buona parte di questi artisti non ebbero altra scelta che quella di fuggire di gran carriera, emigrando in America, prima della distruzione ad opera di Goebbels, nel 1933, dell’ultimo cabaret berlinese, di cui la Berenson evocherà l’atmosfera. Gran finale il 14 luglio, in piazza Duomo, con il rapporto tra Giuseppe Verdi e la Francia, un’amante difficile, tirannica, capricciosa, ma affascinante, con l’Orchestra e il coro dell’Opera di Roma diretto da Daniele Gatti. Jerusalem, edizione transalpina di Lombardi alla prima crociata; Macbeth, Les Vepres Siciliennes, titolo difficile da rivedere in palcoscenico, anche in italiano, in francese è ancora più una rarità, e Don Carlos, che chiuderà il concerto e l’intero festival, con la scena dell’ “Autodafè” e quel tema universale caro a Verdi, la continua, disperata ricerca di una soluzione a un dilemma da sempre presente nella cultura occidentale, il conflitto fra il dovere pubblico e la libertà individuale, il diritto di cercare la propria felicità, così spesso negato.

 

In copertina: Ocean of inspiration, il manifesto di Spoleto62 firmato da David Lachapelle

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