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7 Dic

Intervista a due: Nazzareno Carusi e Vittorio Sgarbi ragionano sul Discorso a due

Quanto è intenso e poetico il “Discorso a due “ che Nazzareno Carusi e Vittorio Sgarbi intrecciano da par loro per poche e selezionate stagioni! Quanto è lontano da ciò che ci si potrebbe legittimamente aspettare, vale a dire l’intento didascalico piuttosto che divulgativo, la “lezione” di due mostri sacri per meravigliare e sedurre il pubblico.

«Il “Discorso a due” non è un récital divulgativo, mi conferma Nazzareno Carusi. Cioè non ha volontà di rendere più facile l’accesso alla grande arte. Questo non vuol dire che io l’abbia pensato senza considerare la necessità che le opere d’arte coinvolte siano quanto più possibile comprese dal pubblico, ma appunto ritengo che la loro grandezza non abbia alcun bisogno di mediazioni al ribasso. Mi spiego meglio. Un’opera d’arte, quando è tale e quando è così grande, arriva immediatamente a chiunque la osservi, la ascolti, la ami in modo aperto, senza pregiudizio e, men che meno, senza le lenti di alcuna ideologia. Chi si trovi di fronte agli affreschi della Cappella Sistina non è necessario che sia uno storico dell’arte o un uomo di profonda cultura per cogliere una bellezza che è talmente divina da giungergli senza alcun bisogno di mediazione alcuna. Arriva e basta. Ecco perché, da parte mia, l’intenzione è solo quella d’essere il più fedele possibile al testo musicale di Liszt.»

Il nostro pianista si riferisce alla seconda parte dello spettacolo, una (re)visione da lui stesso composta della Dante Sonata con il Quinto canto dell’Inferno dantesco.

«L’affiancamento della Fantasia “Dopo una lettura di Dante” al quinto canto (e solo al quinto canto) dell’Inferno, non ha nulla di arbitrario da parte mia, in quanto sostanzialmente questa è la tradizione. Io ho solo fatto un passo in più, nel senso che ho direttamente innestato i 143 versi del canto all’interno delle pagine lisztiane facendone, appunto, un melologo. E la risposta del pubblico, tu l’hai vista in prima persona.»

Confermo. L’ho vista e ascoltata varie volte, l’ultima lo scorso luglio a Bagnoregio e, pur essendo lo spettacolo dato in piazza – con i comprensibili momenti di distrazione del pubblico che la cosa comporta, ho constatato che la tensione si palpava con mano, l’attenzione era quasi sospesa nel tempo, grazie anche a quel canto dolente che Vittorio Sgarbi declamava senza gigionismo alcuno, con il rispetto e la serietà che egli miracolosamente ritrova di fronte alle vette.

«Aggiungo, continua Carusi, che naturalmente, tutto questo successo non dipende solo da me, ma è l’esito d’un discorso – appunto, a due – con Sgarbi e la sua capacità di avvicinare non il pubblico all’opera d’arte ma, al contrario, quest’ultima al pubblico. Perché solo spalle forti come le sue, alle quali spero siano almeno affiancabili le mie, possono farsi carico d’un simile e faticosissimo, perché difficilissimo, trasporto.»

Ma come vi è venuta l’idea del Discorso a due?

«Eravamo insieme in tv, ospiti a Mattino Cinque. Cominciammo a parlare, no veramente cominciammo a fare commenti maschilisti sulle bellezze che ci circondavano, un argomento che ci venne presto a noia, così cambiai discorso e ricordai a Vittorio quanto mi avesse colpito anni prima averlo sentito leggere alcuni versi di John Donne. E aggiunsi che per un mio progetto avevo bisogno proprio di lui: un uomo immensamente colto, capace di un’incredibile lettura espressiva e di collegare e spiegare a chiunque, a braccio, l’arte di ogni tempo e di ogni genere. Capacità che Vittorio Sgarbi ha nelle dimensioni del genio. Mi rispose di sì e nacque il “Discorso a due” che dal 2010, anno della prima volta in pubblico, è una delle più grandi gioie della mia carriera.»

Vittorio Sgarbi, preso al volo tra una videointervista e una conferenza, conferma e poi spariglia.

Il Discorso a Due nasce da un’idea proprio di Carusi, il quale sostiene che solo con lei avrebbe potuto realizzarla. Quanto c’è oggi, in questo progetto, di lei? E sarebbe possibile, il giorno in cui voi non ci foste, che altri due artisti lo mettessero in scena?

«Alla seconda domanda è facile rispondere. Ogni pianista e ogni letterato o critico potrebbero dare vita al “Discorso a due” così come lo ha ideato Carusi. Noi diamo la nostra lettura, più o meno suggestiva, di musiche e di testi di grande potenza. Certo, da me non ci si aspetta un’interpretazione ortodossa o scolastica ma i colpi di scena, i voli, l’invenzione che rivela. Quando Carusi mi ha proposto il “Discorso a due”, stavo già portando nei teatri “Pierino e il lupo”, ho accettato egualmente subito. E do il mio contributo alla struttura potente che Carusi ha ritenuto montare: come Foscolo nei Sepolcri, anche qui si celebrano gli eroi, Dante, Michelangelo e Liszt.»

Fino a qualche tempo fa Carusi era anche un editorialista di diverse testate. Poi ha smesso, tornando a essere un pianista, diciamo così, puro. Sappiamo anche della sua vera passione politica. Pensa che sarebbe in generale un bene che un artista come lui si impegnasse politicamente in prima persona?

«Fa benissimo ad impegnarsi con la politica! Non è che ci sono problemi a continuare a svolgere la propria attività e a far politica, anzi è auspicabile la fusione tra cultura e politica. Benedetto Croce lo fece. Certo, per un pianista è più difficile. Sicuramente la sua carriera ne sarebbe rallentata ma questa è l’unica controindicazione che vedo. La politica non deve essere una disciplina esclusiva.»

Ho l’impressione che Nazzareno Carusi sarà “costretto” a scendere in campo. Intanto stasera salirà sul palco del Teatro Verdi di Salerno per un nuovo “Discorso a due” con Vittorio Sgarbi.

1Commento
  • Rosanna Locchi

    Ottima idea “il discorso a due “piacevole e interessante per tutti gli amanti del l ‘arte…ma anche per coloro che hanno poca confidenza per certi temi. E comunque Nazareno e Vittorio due protagonisti unici che lasciano emozioni vere….io c’ero….

    10/12/2017 at 18:36 Rispondi

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