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1 Mag

Quartetto Fauves: esplorando musiche antiche, rare e contemporanee

Elegante e spiritosa. Così viene definita la musica di Giovanni Battista Cirri, violoncellista e compositore forlivese di fine Settecento, su cui è incentrato il loro ultimo progetto. Così può essere raccontato il loro concetto di musica classica nell’esecuzione dei due violini, viola e violoncello con cui si compongono. Il Quartetto Fauves: nell’ordine Leonardo Cella e Pietro Fabris, Elisa Floridia, Giacomo Gaudenzi. Quattro giovani virtuosi della musica, che fanno base in Romagna ma che girano il mondo, portando in Italia e all’estero le note di alberi secolari come anche le partiture elettroniche di rilevatori di movimento e microfoni a contatto, non mancando di collaborare con esimi colleghi o scrittori, con atenei, istituzioni e fondazioni bancarie… per fare di tutto il mondo un Paese. Come ci spiega Giacomo Gaudenzi.

Come siete nati e intorno a quale specificità?

Siamo un quartetto giovane ma con una formazione di diversi anni alle spalle: prima l’Alto Perfezionamento presso la Scuola di Musica di Fiesole, poi Basilea e Hannover, il ritorno in Italia alle Accademie di Cremona e Imola. Viviamo questa esperienza in modo totalizzante e condividiamo un amore per i grandi classici (come Haydn, Mozart, Schubert, Beethoven), unitamente ad un aspetto che ci contraddistingue, ossia la grandissima curiosità per il repertorio contemporaneo così come per quello barocco e pre-barocco. Amiamo la polifonia a quattro voci che c’è nella musica antica di maestri italiani come Monteverdi e Frescobaldi, un repertorio notissimo all’estero e meno conosciuto qui da noi. La struttura a quattro voci, che è l’anima del quartetto, vanta radici profondissime proprio in Italia ed è questo il principio che abbiamo sposato.

Da qui il lavoro di riscoperta di alcuni capolavori. Come l’opera di Giovanni Battista Cirri…

Violoncellista e compositore, Cirri nacque a Forlì nel 1724 e girò ai suoi tempi tutta l’Europa musicale che contava, come protetto di Giambattista Martini, e, nel suo periodo londinese, come maestro di musica da camera del Duca di York, non mancando di esibirsi in pubblico con un allora giovanissimo Mozart. Grazie al lavoro della musicologa forlivese Elisabetta Righini, nonché al coinvolgimento di diverse realtà istituzionali – dall’Ateneo di Bologna come capofila, a quello dell’Università di Roma3 e altri atenei stranieri, insieme ai Comuni e alle Fondazione bancarie della zona – abbiamo dato vita a un progetto di riscoperta della sua opera che ha portato ad un congresso di studi internazionali nell’ottobre 2015 con l’esecuzione e successiva incisione dei Sei Quartetti per archi Op. 13 di Giovanni Battista. Una partitura ritrovata in un angolo polveroso della Biblioteca nazionale di Parigi che abbiamo presentato a giugno 2016 in Cina con grande successo e che è nostra intenzione portare in tournée qui in Italia a partire da questa estate. In questo senso ci piace mettere in luce una eccellenza locale poco nota come operazione per un pubblico internazionale. Gran parte dei fenomeni culturali di maggior rilievo nascono dalla provincia e l’opera di questo “nuovo” compositore (nuovo di 250 anni fa) non era più stata udita dal 1775, ossia da quando i Sei Quartetti per archi Op. 13 vennero pubblicati a Londra. La sua musica ha circolato prevalentemente fuori dall’Italia. Qui, non solo non vi era traccia di sue esecuzioni, ma nemmeno della sua musica a stampa.

In precedenza vi eravate contraddistinti per un altro bel progetto. In cosa consiste “Suonare gli alberi monumentali d’Europa”?

È un progetto che ha il suo centro nella relazione tra musica, natura e tecnologia. Ha debuttato nell’estate 2015 a Moncenisio, un piccolo paesino in provincia di Torino, sotto al frassino più antico d’Italia e poi in Grecia sotto il platano millenario più grande d’Europa. Abbiamo riflettuto su cosa significasse per noi essere un quartetto e su come portare questo concetto nella contemporaneità. Gli alberi monumentali sono un patrimonio preziosissimo per tutta l’umanità, ma vengono visti come eterni, statici e “muti”, un po’ come la musica classica con quella sua aurea di inaccessibilità. Noi al contrario vogliamo dimostrare che c’è tanta vita dietro a tutto questo. E lo abbiamo fatto grazie a due importantissime collaborazioni. Quella con il compositore Carmine Emanuele Cella, che ha scritto per noi il brano Dendrofonie, con cui ci esibiamo sotto e insieme all’albero secolare, e che ha appositamente sviluppato una tecnologia con cui l’albero viene messo in risonanza con la nostra musica attraverso microfoni a contatto e rilevatori di movimento, facendo sì che la partitura elettronica dei suoni emessi dall’albero si mescoli ai suoni degli strumenti del quartetto. Insieme allo scrittore Tiziano Fratus, autore della rubrica “Il cercatore di alberi” per il quotidiano La Stampa, che invece introduce ogni esibizione dal vivo, descrivendo quell’albero non solo dal punto di vista naturalistico e biologico, ma anche con note storiche e poetiche, narrando ad esempio tutta la storia, secolare appunto, che quell’albero ha visto accadere in quei luoghi. Una storia che quell’albero poi racconta al suo pubblico, grazie alla musica e alla tecnologia.

 

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