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21 Ago

Un forziere di gemme musicali cantate da Vittorio Prato, il Bravo!

Esordio discografico del baritono Vittorio Prato sulle tracce di Antonio Tamburini,  per l’etichetta Illiria

Antonio Tamburini (Faenza, 1800 – Nizza,  1876)

Meraviglia e gradimento per il florilegio di arie, estrapolate da opere semisconosciute di autori oscurati nel tempo, dall’allure e dal carisma dei quattro cavalieri del nostro melodramma, che “il bravo” baritono leccese Vittorio Prato ha inteso regalare al suo pubblico, omaggiando il suo nume tutelare Antonio Tamburini. Il progetto “Il Bravo” (Belcanto Arias for Antonio Tamburini) è un cd prodotto dall’etichetta Illiria, nato come live di un concerto con orchestra, coro e pertichini che rispondono ai nomi di Francesca Longari, Margherita Tani, Patrick Kabongo Mubenga e Zhiyuan Chen, diretto dalla esperta bacchetta di José Miguel Pérez-Sierra alla testa dei Virtuosi Brunenses e della Camerata Bach Choir, svoltosi al Rossini in Wildbad (Belcanto Opera Festival) di due anni fa. Il libretto, redatto in doppia lingua, italiano e inglese, da Giancarlo Landini, ci cala nella vita del celebre baritono, illustrando tra aneddoti e qualche input musicologico le nove gemme dell’incisione, che portano le firme di Bellini, Donizetti, Mercadante, in un ferace confronto con i “minori” Balducci, Coccia, Generali, Marliani e Balfe. Un repertorio stimolante per la coraggiosa originalità, che lancia anche un guanto di sfida a certi teatri e circuiti a variare cartelloni ormai muffi. È il Vincenzo Bellini de’ “I Puritani” ad inaugurare il cd, con Vittorio Prato nel ruolo di Riccardo, protagonista di “Ah! per sempre io ti perdei”, preceduta dal recitativo “Or dove fuggo io mai”, consueta aria di posizione affettiva del baritono, dalla linea vocale molto curata, in cui chiaramente Prato vuole fare bene e controlla bene l’emissione. Conosciamo quindi il Gaetano Donizetti del Gianni da Calais, in cui il baritono leccese si trasforma nel buffo Rustano, canterellando languidamente “Una barchetta il mar solcando va”, prima di incontrare il primo dei “minori”, lo jesino Giuseppe Balducci, con la sua opera “Riccardo l’Intrepido”. Stile originale quello di Balducci che non appare influenzato dai grandi operisti del tempo. Vocalità piana e cantabile, dunque, nelle arie patetiche e malinconiche, che non eccede mai nel virtuosismo e nella spettacolarità; molto articolata, invece, e con il testo ben scandito l’aria di Blondello, Maestro di Cappella finto cieco, alla corte di Riccardo, personaggio che vive perfettamente nella voce di Prato: “Bravi, Bravi! Sì, Vittoria!”, svela buon fraseggio, bel vibrato e note chiave di registro ben appoggiate. Chiari i fermenti della scuola napoletana, la facilità melodica, la propensione belcantistica, a cui non è estraneo, la volontà di oltrepassare lo stereotipo clichè rossiniano con un impianto strumentale complesso, per il Carlo Coccia dell’ “Edoardo in Iscozia”. Qui Vittorio Prato, nel ruolo del titolo, pone in mostra nell’aria “Qui accorrete!… Non speranze di grandezza”, virtuosismi sul registro acuto, sino a toccare il mi e il fa. Ritorna il Donizetti più noto, con il nostro baritono e il suo gusto per la bella linea di canto esente da forzature, sulle note dell’aria di sortita del dottor Malatesta “Bella siccome un angelo…”, che cede il testimone alla figura di Pietro Generali, il quale occupa un ruolo non trascurabile entro quell’area ancora non chiaramente definita che, sullo scorcio del XVIII secolo, concentra i primi presentimenti di cambiamento, quegli intendimenti innovatori che sfoceranno, poi, con perentoria genialità, nell’esplosione rossiniana. Irrequietezza e imprevedibilità nell’impiego delle modulazioni, una vivacità melodica particolarmente esposta e l’invenzione di quel crescendo, come si legge sulla sua lapide, marchio di fabbrica del successivo trionfo di Rossini, li ritroviamo nella sua “Chiara di Rosemberg”, nell’aria di Montalban “Nel periglioso istante”, che Prato ci propone con interessante varietà di colori e perfetta pronuncia. Sbarchiamo, così, con Marco Aurelio Marliani, allievo di Gioachino Rossini, a Parigi, al Théâtre Royal des Italiens, con l’opera “Il Bravo”, che il Marliani aveva scritto per il suo debutto oltralpe. L’aria è il brindisi di Giacomo Gradenigo “Il fasto e lo splendore”, caratterizzata da immediatezza e spontaneità delle linee melodiche, che il cantante qui ha saputo elegantemente esaltare. Un bel Ford per il “Falstaff” di Michael William Balfe, che tende principalmente alla fluidità e alla linearità dell’invenzione melodica, alla bella tornitura della frase, all’equilibrio interno del pezzo, all’edonismo di una vocalità la cui scrittura rivela una grande conoscenza dei segreti del belcanto, all’orchestrazione accurata e limpida, che risalta nella pregnante interpretazione di Prato, in “Chi mai vedo”. Finale dell’incisione, affidato al Saverio Mercadante de’ “I Briganti”, ancora un invito di Rossini ad un suo conterraneo, con l’aria di Corrado  “Tutto riposa – Ah no vivi”, in cui ritroviamo persistenti nostalgie neo-napoletane nella molle tornitura di certi stacchi melodici, nella modellatura delle frasi, in certo ricorrente cadenzare e l’evidente compiacenza per la bella pagina condotta con mano maestra, che Vittorio Prato legge con irresistibile spavalderia in acuto, controllo della linea di canto e indovinata sprezzatura alle inflessioni e alle tensioni del testo.  Bravo!

 

In copertina: Vittorio Prato fotografato da Gianluca Simoni per “Il Bravo”

 

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