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1 Set

Il tenore che visse due volte. Ritratto di Gregory Kunde

Ci sono carriere liriche gloriose e altre per cui è necessario ricorrere all’espressione inglese “larger than life”. Per affrontare queste ultime senza perdersi, serve una bussola affidabile. Ed ecco quindi che, per raccontare la carriera del tenore americano Gregory Kunde (quasi cinquant’anni sul palco, un centinaio di ruoli e più di dieci dischi), abbiamo chiesto un aiuto speciale: la sua stessa voce, che ci accompagnerà per l’intero ritratto a lui dedicato e che riporteremo in corsivo.

Ringraziandolo per il tempo che ci ha riservato, in un’estate piena di impegni (Aida in Arena, Turandot al Festival Puccini, Otello al Teatro Colón di Buenos Aires e Pagliacci alla Fenice di Venezia), iniziamo subito, chiedendogli cosa ne pensa del soprannome che lo accompagna da anni: “il tenore che visse due volte”, dovuto al cambio di repertorio.

Credo sia una definizione piuttosto azzeccata! Ho sempre pensato a tenori come Lauri-Volpi, Gigli, Schipa, Di Stefano, Bergonzi, Carreras e Pavarotti, che hanno iniziato con ruoli belcantistici per poi progredire, aggiungendo al proprio repertorio ruoli più drammatici. Ma è anche importante ricordare che negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta era accettabile e previsto che i tenori potessero passare da Bellini a Puccini e così via. A me è servito un po’ più di tempo, ma ho seguito le loro orme. Non è stata una decisione consapevole, ma è così che la mia voce si è evoluta nel corso degli anni e quindi è stata una scelta naturale. Aver avuto due capitoli ben definiti nella mia carriera è stato sicuramente gratificante. Quando cantavo solo ruoli belcantistici, pensavo davvero che la maggior parte di quei ruoli mi avrebbero accompagnato per tutta la carriera e, all’epoca, non riuscivo a immaginare altri più stimolanti. Durante il Rinascimento rossiniano degli anni Novanta, noi tenori eravamo scoraggiati dall’abbandonare quell’ambito e quello stile di canto così specifici. Ma poi la mia voce ha iniziato a cambiare e a crescere in un modo che la rendeva non più adatta ai ruoli leggeri. Nel 2011 mi è stata offerta l’opportunità di cantare I Vespri Siciliani a Torino. Con riluttanza, ho deciso di provarci e sono rimasto piacevolmente sorpreso da quanto quel ruolo mi si addicesse. Così ho continuato con quelli più impegnativi di Bellini, Donizetti e Rossini, arricchendo, al contempo, sempre di più il repertorio per tenore drammatico. Ho cercato di essere molto strategico nella scelta dei ruoli da aggiungere e  da eliminare. Il mio agente, Marco Impallomeni, mi ha sostenuto molto e, in effetti, è stata una sua idea provare a passare dal belcanto al verismo. Sono così felice di aver avuto l’opportunità, unica e meravigliosa, di scoprire un intero repertorio di ruoli drammatici. Non avrei mai immaginato di poter affrontare questa musica, soprattutto considerando che, per molti anni, ero preoccupato di riuscire a farmi sentire con un’orchestra molto più leggera! Mi sento così fortunato e grato di aver avuto il tempo di esplorare e sviluppare i ruoli tenorili più drammatici. Da giovane artista, sognavo spesso di cantare Otello e pensavo che quello sarebbe stato l’apice di una carriera da tenore. E, per mia fortunata, è un sogno che si è avverato.


Per capire l’importanza di questo traguardo, però, è necessario riavvolgere il nastro e ripartire dall’inizio. Ovvero, dal 24 febbraio 1954, il giorno in cui Gregory Kunde nasce a Kankakee, Illinois. Come tanti ragazzi americani, è un grande appassionato di baseball: lo guarda in tv, fa partite quotidiane con i suoi amici e sogna di diventare un giocatore professionista. Però gli piace molto anche cantare, soprattutto i brani dei Beatles, dei Rolling Stones e di Frank Sinatra, trasmessi dalle radio e dai jukebox.

L’incontro con la musica classica arriva al liceo. Prima decide di entrare in una corale e poi inizia a studiare per diventare direttore di coro. Al college, guida ben due ensemble: uno da concerto e uno di madrigalisti. Ed è proprio con il secondo che, a 19 anni, visita Vienna e una sera, su suggerimento di un amico basso, vede Salome di Richard Strauss alla Wiener Staatsoper. Per il giovane Kunde è una folgorazione. Al ritorno in America, modifica il piano di studi (da direttore a cantante lirico) e, nel 1978, entra nel programma per giovani artisti della Lyric Opera di Chicago. Viene quindi da chiedersi: e se non avesse mai visto quella Salome?

A pensarci bene, credo che sarei diventato un insegnante di musica o un direttore di coro per giovani. Come i miei mentori al liceo e all’università… e persino tutti e sette i miei compagni di stanza del college, che ora sono tutti insegnanti di musica in pensione. Sono sicuro che non avrei mai avuto l’opportunità di viaggiare così tanto, né di incontrare tutti i musicisti con cui ho lavorato. E forse a quest’età sarei già comodamente in pensione, a giocare a golf tutti i giorni. Ma quella recita ha sicuramente cambiato il mio percorso. Capire di poter cantare l’opera, non è stata solo una consapevolezza professionale, ma un’autentica vocazione. Non avevo studiato lirica prima perché non sapevo fosse un’opzione per una persona come me. Crescendo in una piccola città americana a quell’epoca, la cultura era molto scarsa e di certo non c’era l’opera! Ho sempre pensato che chiunque si esibisse su un palcoscenico del genere fosse una persona lontanissima dalla mia esperienza e dal mio background. Sia mia madre che mio padre pensavano che insegnare musica fosse una buona opzione. Quando ho deciso di dedicarmi all’opera, non hanno avuto un’opinione precisa perché ne sapevamo molto poco. Nessuno dei due, né nessun altro nella mia famiglia aveva mai sentito un’opera prima, quindi per loro era difficile capire cosa stessi cercando di fare. A dire il vero, ancora oggi incontro tante persone che non sanno cosa significhi essere un cantante lirico. Quando mi chiedono cosa faccio e io rispondo, ricevo molte domande, sguardi sorpresi e la reazione: “Wow! Non ho mai incontrato un cantante lirico prima d’ora!”  Purtroppo i miei genitori sono morti molti anni fa, quindi non mi hanno mai visto in ruoli importanti, solo in quelli da comprimario a Chicago.

È infatti a Chicago che debutta nel 1978, come membro della Lyric Opera School (oggi Ryan Opera Center), interpretando Cassio in Otello, Prunier ne La rondine e Váňa in Káťa Kabanová. Come studente, Kunde ha inoltre l’opportunità di partecipare alle prove di un Werther con protagonista colui che diventerà il suo modello musicale e spirituale: Alfredo Kraus, il più grande tenore di grazia del secondo Novecento.

Rimasi subito colpita dalla bellezza del suo suono e dal suo atteggiamento cordiale e professionale con tutti. Per nulla da divo! Fu solo nella stagione successiva che ebbi l’opportunità di cantare per lui in una masterclass. Le sue istruzioni erano esattamente ciò di cui avevo bisogno in quel momento: come posizionare la voce in maschera. Per molti tenori che volevano studiare con lui a quel tempo, era un concetto difficile da padroneggiare. Sebbene Kraus non avesse mai avuto una voce potente, riusciva sempre a farsi sentire sopra l’orchestra… e a farsi sentire bene. Quindi quest’idea di posizionamento è diventata essenziale per il mio apprendimento e la mia tecnica. Nel corso di quella masterclass, ho scoperto il meglio della mia voce: le note alte. Avevo sempre avuto problemi con il Do acuto, ma nei pochi minuti che mi ha dedicato, è riuscito a spiegarmi il concetto. E ho trovato il Do acuto. Durante le stagioni successive, mentre era a Chicago, Kraus mi ha cercato per trascorrere del tempo con me, lavorando sulla voce. Non avrei mai osato chiedergli il suo tempo, ma è stato molto disponibile e gentile. Era chiaro che voleva aiutarmi in questo percorso. Inoltre, ho imparato da lui come comportarmi con i colleghi e come trattare i giovani cantanti. È stato e resta sempre il mio modello per come usare il fraseggio, creare colori nella voce e mantenere il legato nel  suono. La mia esperienza con Kraus è andata però oltre le lezioni, perché sono stato il suo sostituto per molti ruoli. Non sarei mai stato messo sul palco al suo posto (ero troppo giovane e inesperto), ma ho avuto la possibilità di assistere alle prove e osservare la sua tecnica, mentre interpretava (fra gli altri) Faust, Roméo e Des Grieux.

Nel 1986 (anno in cui conosce la futura moglie Linda Wojciechowski), Kunde attraversa l’oceano per esordire in Francia, interpretando Nadir (Les pêcheurs de perles) all’Opera di Nizza. Non sa cosa aspettarsi (all’epoca internet non esisteva) e, una volta arrivato, resta molto colpito da quanto il pubblico europeo ami l’opera, la consideri parte del proprio patrimonio culturale e voglia discuterne.

Nel 1987 svela le sue doti di belcantista grazie al ruolo di Arturo nei Puritani all’Opéra di Montréal (Elvira è Luciana Serra) e debutta al Metropolitan di New York come Des Grieux nella Manon di Massenet. Nizza lo richiama per Guillaume Tell (1989), Mitridate, re di Ponto (1991), L’italiana in Algeri e ancora Les pêcheurs de perles (1992). Amsterdam lo vuole come Lord Percy in Anna Bolena (1989) e Ginevra come Don Ottavio nel Don Giovanni (1991). L’Italia, però, non sta certo a guardare. Nel 1991 è a Catania per Bianca e Fernando, e, nel 1992, realizza un doppietta d’oro: prima la Scala di Milano (per lo Stabat Mater e La donna del lago, diretti da Riccardo Muti) e poi il Rossini Opera Festival di Pesaro.

In studio di registrazione

Il 1992 è stato grande anno per me. Cantare in una nuova produzione della Donna del lago alla Scala, con la direzione di Muti e la regia di Werner Herzog, è stata un’enorme opportunità. Nel primo cast c’erano tre giganti rossinani (June Anderson, Rockwell Blake e Chris Merritt), nel secondo io, Bruce Ford e Cecilia Gasdia, con la quale non avevo mai cantato, ma che avevo incontrato brevemente durante una produzione de I Capuleti e i Montecchi a Chicago. Trascorrere del tempo in un teatro così storico e iconico è stato emozionante e, con colleghi di tale calibro, quasi surreale, sotto molti aspetti. Dopo Milano, ci siamo recati direttamente a Pesaro per il mio esordio come Idreno in Semiramide, nel nuovo allestimento di Hugo de Ana diretto da Alberto Zedda. L’intero cast debuttava, quindi c’era molta pressione su tutti noi, ma la produzione è stata il grande successo della stagione e ci siamo divertiti moltissimo. È stata la prima volta che mi hanno riconosciuto per strada e mi hanno chiesto un autografo! Non avevo mai partecipato a un progetto di tale portata in un ruolo principale. Quell’estate, il plauso della critica per entrambi gli impegni ha davvero cambiato la traiettoria della mia carriera. In pochi mesi, sono diventato noto come specialista di Rossini. Ho iniziato a ricevere offerte da importanti teatri di tutto il mondo e ho avuto la sensazione di star finalmente facendo progressi nella costruzione di una carriera internazionale. 

Proprio mentre la sua stella si sta diffondendo a livello globale, Kunde scopre, ad appena quarant’anni, di avere il cancro. Su consiglio del medico, sceglie di sottoporsi a sei cicli di chemioterapia. Una cura che da un lato garantisce un’alta possibilità di guarigione, ma che, dall’altro, potrebbe anche compromettere per sempre le corde vocali del tenore. Solo dopo aver sconfitto il tumore e aver ottenuto il via libera dal medico, Kunde ricomincia gradualmente a cantare. Il primo grande impegno dopo la malattia è rappresentato dai Puritani in forma di concerto, con Mariella Devia, in programma alla Carnegie Hall l’8 maggio 1995.


Non dimenticherò mai il nervosismo e l’attesa prima dell’esibizione… né l’euforia e il sollievo dopo essere riuscito a cantare con tanto successo questo ruolo, che era diventato per me il mio marchio di fabbrica nel repertorio belliniano. È un ruolo impegnativo per la maggior parte dei tenori, ma per me, a quel tempo, era una sfida diversa. Richiedeva resistenza e, dopo la chemioterapia, mi stancavo facilmente. Ci voleva la voce e, durante le cure e gli interventi chirurgici per il cancro, non ho praticamente cantato. Ci voleva fiducia in se stessi, e dopo mesi di visite mediche, risultati deludenti degli esami e la perdita dei capelli, ho dovuto davvero scavare a fondo nella mia anima, nella mia tecnica e nella mia fede per trovare la forza necessaria per affrontare e superare questa enorme prova. Quindi, quando penso ai momenti speciali della mia carriera, questa esibizione mi viene sempre in mente. Se ve lo state chiedendo, il concerto è andato benissimo! Molti familiari e amici si sono uniti a me per una grande cena celebrativa dopo lo spettacolo. Il pubblico, che aveva riempito la sala, ignaro delle mie recenti traversie mediche, ha accolto il mio ritorno alla Carnegie Hall così calorosamente… e ho continuato a cantare Arturo a lungo dopo quella performance.

Kunde torna anche regolarmente al ROF, sia per partecipare a concerti, sia per cantare in opere come Armida,  Guillaume Tell, Ricciardo e Zoraide e Tancredi. Nel 2007 affronta il suo primo Otello rossiniano, forse senza immaginare che nel 2012, canterà anche quello verdiano alla Fenice, divenendo così l’unico tenore contemporaneo ad avere nel proprio repertorio entrambe le versioni del personaggio.

L’Otello di Rossini è stato una grande sorpresa. Mi è stato offerto quell’ingaggio perché il tenore originariamente previsto aveva annullato e, naturalmente, ne sono stato felicissimo. Ho continuato a cantarlo diverse volte in altri teatri ed è sempre stato uno dei miei preferiti. Anche l’Otello di Venezia è stato una sorpresa! Avevo iniziato da poco l’esperimento con Verdi (con I Vespri Siciliani e Un ballo in maschera), quindi mi sembrava un po’ prematuro. Ma l’allora Sovrintendente della Fenice, Fortunato Ortombina, era fiducioso: per lui, sarei stato in grado di affrontare la parte. È stata un’esperienza completamente diversa rispetto a Rossini e, poiché l’Otello verdiano era il ruolo dei miei sogni, non avrei potuto essere più felice. Per puro caso, nel 2012, ero stato già ingaggiato per quello rossiniano in Belgio e così mi sono ritrovato a cantare entrambe le versioni del Moro nello stesso anno. È successo anche nel 2014 (Rossini ad Anversa, Verdi al Palazzo Ducale di Venezia) e nel 2015 (Rossini alla Scala, Verdi a Perelada). Il mio approccio al canto è sempre stato belcantista. La voce è cresciuta, ma la tecnica è rimasta la stessa. Quindi non ho mai pensato di cantare Verdi in modo diverso da Rossini.

Aida, Arena di Verona

In un certo senso, l’Otello verdiano sancisce definitivamente il cambio di repertorio di Kunde, che progressivamente si sposta verso ruoli più drammatici e spinti, come Don Alvaro (La Forza del destino), Calaf (Turandot), Mario Cavaradossi (Tosca), Renato Des Grieux (Manon Lescaut), Andrea Chénier, Pollione (Norma), Canio (Pagliacci) e Turiddu (Cavalleria rusticana). Nel 2015 debutta all’Arena di Verona come Radamès (Aida) e nel 2016 alla Royal Opera House di Londra come Manrico (Il Trovatore). Un percorso che ha stupito alcuni, ma che per il tenore è perfettamente naturale.

Ai tempi, non ho mai sentito una vera competizione da parte dei miei colleghi tenori. Il passaggio dal belcanto al verismo non era una pratica diffusa. Ora, invece, è molto più comune e tanti artisti si avventurano in un repertorio impegnativo fin da giovanissimi. Immagino di essere all’antica, ma credo in una costruzione lenta e strategica del repertorio, che permette alla voce di crescere in modo naturale e sistematico. Molti giovani cantanti oggi sono tentati dalla fama e dal successo che derivano dall’affrontare un repertorio più drammatico. Ma, ripeto, credo che il fatto di poter cantare un ruolo non significhi necessariamente che si debba cantarlo. Almeno non in quel momento. Ho avuto la grande fortuna di maturare molta esperienza prima di decidere di ampliare il mio repertorio. Dopo venticinque anni di belcanto, mi sentivo pronto – vocalmente, emotivamente, intellettualmente e musicalmente – a cimentarmi in un ambito più drammatico.

Oggi Gregory Kunde vive con la moglie a Nashville, la stessa città in cui abita la loro figlia Isabella, che ha intrapreso la carriera di cantautrice pop folk con il nome d’arte Izzy Jude. Nei momenti di quiete, il tenore non perde occasione per praticare il suo sport prediletto: il golf, che considera un passatempo rilassante e terapeutico, oltre che un ottimo modo per conoscere gente nuova e passare qualche ora all’aria aperta.

Quando gli chiediamo che versi sceglierebbe per salutare chi ci sta leggendo, ci stupisce scegliendo non un brano lirico, ma l’ultima strofa di My Way, scritta da Paul Anka e incisa da Frank Sinatra nel 1969.

“For what is a man, what has he got?
If not himself, then he has not;
To say the words he truly feels
And not the words of one who kneels;
The record shows I took the blows
And did it my way”.

Non è un’opera lirica, ma è una canzone decisamente operistica, dal punto di vista emotivo e musicale. Quest’ultima strofa inquadra il mio modo di vedere e di sentire vita e carriera. Ho cercato di gestire me stesso, costruire la mia carriera, amare la mia famiglia e i miei amici in questo modo, con onestà, integrità e semplicità. Nel corso degli anni avrei avuto l’opportunità di prendere qualche scorciatoia – o la via più facile – ma non mi ha mai attratto. Mi sembrava falso e incoerente con ciò che ho cercato di essere e diventare. Volevo vivere una vita di cui poter essere completamente orgoglioso, sapendo di non dover nulla a nessuno. Non ho avuto tutti i vantaggi extra che derivano dal prendere quel tipo di scorciatoia, ma va bene così. Ho lavorato sodo, a volte senza gratificazione o compenso per lo sforzo. Ma, ripeto, va bene così. Ho cercato di essere il più autentico possibile. Questo è ciò che conta di più per me e ciò che, spero, i lettori vedranno in me.

Tutte le foto: courtesy di www.gregory-kunde.com

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