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26 Mar

Maestri del costume. Giuseppe Palella

La galleria di ritratti dei miei amati costumisti continua con l’intervista che ho fatto a Giuseppe Palella, in questi giorni impegnato a Venezia per i costumi dell’Orlando Furioso di Vivaldi, in scena al Teatro Malibran dal 13 al 21 aprile.

Potrebbe tratteggiare brevemente la sua formazione?

La mia formazione è assolutamente atipica e alquanto singolare per il lavoro che faccio. A Bologna, ho studiato contemporaneamente scultura presso l’Accademia delle Belle Arti e canto lirico presso il Conservatorio. Ogni giorno, avviandomi ai corsi di scultura lungo la via universitaria bolognese, echeggiavano dalle mura ottocentesche del conservatorio vocalizzi e arie d’opera. Per istinto, sentivo una struggente attrazione per la musica classica di cui però ero completamente a digiuno. Un docente di canto, insegnante meraviglioso, mi ha invitato a seguire come uditore alcune lezioni di lirica mentre il mio insegnante di scultura, che si dilettava come pianista, mi ha preparato gratuitamente all’esame di audizione per le classi di canto. Sono entrato per un soffio nella graduatoria. Si, lo so, sembra una favola ma la vita è stata fantasiosa con me! Quindi, introdotto all’opera lirica, ho scoperto tutti i mestieri del teatro ed ho sviluppato un amore incondizionato per le maschere e i personaggi. Ho frequentato un corso di Teatro presso la Scuola di Musica di Fiesole e uno stage in una grande sartoria teatrale romana. Poi il passo brevissimo come decoratore e assistente, per moltissimi anni, al Teatro dell’Opera di Roma dove ho incontrato i più importanti registi e costumisti ma, soprattutto, Carla Fracci una vera “talent scout” che mi ha fatto firmare come costumista il mio primo balletto classico. Una strada di non ritorno: ero ormai travolto e pazzamente innamorato di questo lavoro!

Se non fosse diventato costumista, quale attività le sarebbe piaciuto svolgere?

Credo fortemente al totalizzante donarsi all’Arte: per me scolpire, modellare, usare la materia sono state e sono ancora una forte passione. Mi sarebbe piaciuto fare lo scultore. Riflettendo, i costumi sono come le sculture: ognuno con la propria materia e la propria patina, da guardare da differenti punti di vista.

Quali sono le sue fonti d’ispirazione?

Le principali fonti d’ispirazione sono pittura e scultura. Sulla parete di fronte al mio tavolo di disegno creo sempre un pannello con centinaia d’immagini di opere d’arte e mi ci perdo per ore a guardare ogni particolare: ho sempre la paura di dimenticare qualche dettaglio importante! Anche dalle opere scultoree che ammiro nei musei spesso ricavo interessanti spunti che poi utilizzo nelle acconciature o in particolari come gli accessori, i gioielli, i copricapi. Altro spunto è il cinema, quello fatto dai grandi costumisti: raccolgo idee per risolvere problematiche legate alla vestibilità di abiti storici su corpi moderni ed avere una lettura innovativa della storia del costume.

Mi parli del suo metodo di lavoro: come si costruisce un personaggio?

Il primo passo è il cosiddetto ‘spoglio’ dell’opera, ovvero l’analisi del testo e della musica che esamino ed ascolto attentamente più volte. Si tratta di un lavoro di precisione che deve riuscire ad evidenziare sia gli elementi materiali e visibili sia le necessità non immediatamente evidenti, attraverso l’intuizione registica. Molte informazioni su come dovranno essere caratterizzati i personaggi emergono dal testo e dalle pagine musicali. Esse possono contenere preziosi riferimenti ad accessori, oggetti o situazioni. Ogni regista, poi, ha il suo stile: dal più classico e tradizionalista legato puntigliosamente al libretto, al più creativo ed innovativo. L’abilità del costumista sta nel cogliere appieno le idee del regista e saperle sviluppare nella creazione degli abiti di scena. Inizio quindi a disegnare le teste dei personaggi con parrucche, copricapi, acconciature. La testa determina l’appartenenza a un rango sociale, a un’epoca storica, ad un ruolo….anche se  poi, una volta creato il cast, s’incontrano le “primedonne” (che possono essere anche uomini) le quali vogliono recitare con la propria idea del personaggio sfoggiando la propria testa moderna …. ed ecco l’orrore di frange e barbette stilizzate…un disastro!

C’è un abito del cuore, tra i tanti che lei ha ideato? E un costume “difficile” che le ha dato soddisfazione?

L’abito del cuore è quello creato dalla sartoria Farani per Annunziata Vestri nel “Guglielmo Ratcliff” di Mascagni, andato in scena al Wexford Opera Festival con la regia di Fabio Ceresa. Un personaggio creato con il cuore, pensato in ogni minimo dettaglio…l’ho amato davvero! L’abito difficile è quello creato per Francesca Lombardi Mazzulli in ”Orlando finto pazzo” di Vivaldi per il Korea National Opera, sempre con la regia di Fabio Ceresa. Un abito pesantissimo, ricoperto di pailettes e strass blu con l’aggiunta di un paio di ali meccaniche grandissime e difficili da usare: il soprano cantava sovracuti e agilità barocche volando per aria! Ma quando hai alle spalle una grande sartoria, delle straordinarie artiste e un regista di immane sensibilità la magia è garantita!

Qual è la produzione del teatro lirico a cui è più affezionato?

“Die Walkure” di Wagner nella regia di Patrice Chereau: una rivelazione! Avevo una videocassetta che ho distrutto a furia di rivederla; poi, nel 2013, ho conosciuto e lavorato quotidianamente con questo regista nella sua ultima produzione scaligera, l’Elektra. Un poeta.

Che rapporto instaura con le primedonne della lirica con cui lavora?

É una lunga e intima collaborazione. I “cavalli di razza” – come li definisco io – sono quelle artiste che si lasciano stravolgere, cambiare, trasformare fino ad essere completamente differenti rispetto alla propria immagine quotidiana.

In una produzione fiorentina, il soprano Jessica Pratt ha portato con sé il mio bozzetto, raffigurante il personaggio di Elvira de “I Puritani” e da un parrucchiere si è fatta tingere i capelli, pel di carota, proprio come il colore del mio disegno! Ho pianto di gratitudine.

Altre volte è più difficile dover gestire il rapporto con l’entourage che circonda la primadonna. Una sera, in un ristorante, sono stato verbalmente aggredito da un’agente famosissima perché la sua cantante aveva in scena un colore di capelli che non le donava…..assurdo!

Lei lavora spesso per teatri dell’ Estremo Oriente: come cambia il gusto rispetto a quello europeo?

Tantissimo. Spesso il loro gusto è legato al nostro teatro lirico degli anni ’80 e richiedono quella opulenza e certi stereotipi che a volte sono troppo finti…la lotta è proprio su un gusto più antico che spesso non combacia con il mio.

Il suo stilista preferito: uno di ieri ed uno di oggi.

I miei stilisti preferiti sono tantissimi e per tanti differenti motivi.

Uno stilista del passato è Charles Frederick Worth uno dei primi couturier, poi c’è Alexander McQueen, un genio assoluto. In questo momento sono innamorato di Iris Van Herpen e della sua collezione Haute Couture Spring 2018.  Se devo fare nomi italiani, Alessandro Michele per Gucci e Maria Grazia Chiuri per Dior.

Quale pensa sia il futuro per il mondo dell’opera lirica?

Sono convinto che l’opera lirica avrà un futuro radioso grazie al cambiamento generazionale in atto. Questo porta con sé innovazione e freschezza. Lo vedo con i giovani registi: il lavoro che fanno è meraviglioso perché cerca di dialogare con un pubblico nuovo, che porta con sé meno pregiudizi e confronti con un passato lirico monumentale. Il pubblico deve essere libero di poter scegliere di ascoltare e vedere un’opera lirica nel più perfetto spirito tradizionale ma anche in un linguaggio anticonvenzionale. Questo passaggio è necessario. Lo vedo anche con i cantanti: molti ruoli “callassiani” non venivano più interpretati da giovani soprano per la paura del confronto con la Divina e il suo pubblico di affezionati…demolitori!

Suoi progetti futuri?

“Un ballo in Maschera” per il Teatro d’Opera di Budapest, “Orlando Furioso” per il Teatro alla Fenice, “Giulietta e Romeo“ per il Festival della Valle d’Itria ,” Pagliacci e Cavalleria” per il Theater Kiel.

 

Grazie Giuseppe Palella. 

1Commento
  • Massimo Colussi

    La passione e la professionalità con cui Giuseppe Palella affronta ogni lavoro, con la cura estrema di ogni particolare, ed il contagioso entusiasmo con cui affronta ogni situazione, fanno di lui una persona davvero speciale.

    26/03/2018 at 19:31 Rispondi

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