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31 Ott

Splendori barocchi di Gian Lorenzo Bernini

Dopo venti anni, la Galleria Borghese torna a celebrare Gian Lorenzo Bernini con una mostra di studio costituita da 76 opere che spaziano dalle sculture ai dipinti, dai gruppi monumentali alle statue singole, raccontando l’intera carriera dello scultore, anche alla luce dei nuovi restauri. Alla galleria Borghese, fino al 4 febbraio 2018.

ROMA – Più ancora che città rinascimentale, Roma è città barocca, con le sue magnificenze teatrali realizzate a partire dal primo Seicento, per volontà di numerosi Papi, che superarono in fasto i loro predecessori.  Se tuttavia Roma brillò d’oro in maniera ancora più evidente, a quell’oro mancò lo slancio intellettuale che aveva caratterizzato il secolo precedente: il Seicento vide l’affermarsi della Controriforma, vera e propria linea politica della Chiesa per riaffermare il suo predominio contro la dottrina luterana. Gian Lorenzo Bernini (1598 – 1680), talentuoso scultore, fu l’artista che più di ogni altro portò a compimento il progetto artistico-politico della corte papale; ebbe una lunghissima carriera artistica, complice la veneranda età da lui raggiunta, ebbe modo di collaborare con ben nove Pontefici, fra i quali due furono per lui particolarmente importanti: uno fu Urbano VIII, che per primo lo “introdusse” in San Pietro e alla corte papale, l’altro fu Alessandro VII fece di lui ciò che Michelangelo era stato per Giulio II, ovvero l’artista di fiducia, l’interprete di scopi e pensieri da tradurre in forma concreta.
La grandezza di Bernini sta nell’aver inciso nel marmo il sogno politico di fasto e grandezza che animò i Papi della Controriforma, trovando il punto d’equilibrio fra la sobrietà della bellezza classica e la teatralità dei nuovi canoni barocchi. Con Caravaggio, fu il più efficace cantore di un’epoca; mentre il lombardo, con il suo naturalismo, si spingeva a raccontare vizi e miserie della Roma papale, Bernini ne vide soltanto il lato più splendido, impegnato come fu a interpretare al meglio le committenze della corte, determinata a rinnovare il ruolo politico dell’Urbe come centro della cristianità, in contrapposizione al deviazionismo luterano. E quindi, anziché promuovere scuole o riforme pubbliche, come nei Paesi protestanti, i pontefici si mossero abilmente sul terreno della propaganda. Alla stregua del vasto programma di monumenti di Napoleone I due secoli più tardi, anche la volontà di trasformare il volto di Roma rientra nella logica politica di consolidamento del potere. E l’opera di Bernini deve essere letta anche in quest’ottica.
La mostra curata da Andrea Bacchi e Anna Oliva si concentra principalmente, però, sulle statue singole del Bernini (buona parte delle quali committenze della famiglia Borghese), piuttosto che sui grandi gruppi monumentali. Quasi venti anni fa, la Galleria Borghese riaprì al pubblico dopo lunghi restauri, e lo fece con una mostra a lui dedicata, artista poliedrico che può essere considerato l’anima del barocco romano, così come della stessa Villa Borghese, dove lavorò in sintonia con il cardinale Scipione realizzando sia numerose statue su committenza, sia ideando vari allestimenti per gli spettacoli teatrali che si tenevano nel grande parco circostante la residenza. Su questa suggestione, l’allestimento della collezione permanente della Galleria, ha mantenuta un spiccata “natura teatrale”, dove la scenografia della sale dialoga con le opere d’arte. Ad assecondare questa atmosfera visiva, la mostra propone accostamenti contrastanti di opere, ad esempio il Ratto di Proserpina dialoga con l’Ares Ludovisi; fra le due sculture si crea una affascinate dicotomia: la prima è un’opera densa di pathos, di tensione drammatica, di violenza persino, mentre l’altra è immersa in una olimpica serenità; vi si avverte la stessa differenza che passa fra i cinici e i seguaci di Dioniso. Fra le sculture dove il senso del classico emerge anche fra le pieghe del sacro, Santa Bibiana (restaurata in occasione della mostra), è fra le più suggestive: è stata la prima scultura a carattere sacro realizzata da Bernini, nella quale però è facile rintracciare il passato mitologico dello scultore; la Santa è infatti una Ninfa che assume adesso un carattere sacro, molto simile nella posa alla Venere botticelliana, i capelli scompigliati da un vento che potrebbe essere uno Zefiro compiacente.
Rispetto ala mostra di venti anni fa, questa propone una panoramica assai più ampia e approfondita sulla figura di Bernini, a cominciare dal rapporto con il padre scultore, del quale non fu soltanto allievo, ma anche collaboratore come si evince, ad esempio dal gruppo Fauno molestato dai putti; la lezione del plasticismo michelangiolesco assume un più ampio respiro, anziché in un agone, la schermaglia sembra svolgersi in un teatro, i movimenti hanno persa l’irruenza rinascimentale, per farsi gesti armoniosi di una danza.
Il talento del Bernini emerge anche nella ritrattistica: superbi i suoi busti scolpiti, realizzati dal 1612 al 1670, in particolare quello del cardinale Richelieu, primo ministro di Luigi XIII di Francia, che Bernini non incontrò mai di persona; lo ritrasse infatti sulla base di un dipinto speditogli da Parigi, ma riuscì comunque a esprimere sul marmo quell’enigmatica intelligenza politica che lo caratterizzava.
Peculiarità della mostra, il Bernini pittore. Per la prima volta, infatti, è visibile tutta la sua produzione pittorica, con le sole eccezioni di una tela andata perduta, e del San Lorenzo conservato a Palazzo Pitti, e non concesso in prestito. Pittura che per Bernini non fu soltanto un mezzo per fissare sulla carta studi di parti anatomiche o bozzetti di sculture, ma un esercizio in cui seppe profondere talento e spirito d’osservazione che fanno di lui un epigono di Caravaggio, pur senza le sue innovazioni. Differentemente dalla scultura, Bernini lascia da parte il Mito classico, e si getta nella quotidianità romana; espressivo l’autoritratto, così come lo sono i volti degli adolescenti, ragazzi di strada dall’espressione che sembra celare un ghigno beffardo; vi si ritrova la medesima Roma popolare e cenciosa che affascinava Caravaggio, e che costituiva la prova più schiacciante del fallimento della Controriforma e della politica papalina. Un naturalismo doloroso, come anche inconsciamente, non poteva non essere, nell’Italia dell’epoca.
Prendendosi una licenza storica, si potrebbe dire che l’afflato teatrale di Bernini gli permette di incidere nel marmo un eroico romanzo di sapore dannunziano, fatto di eroi e splendori, mentre la sua pittura ci parla di una realtà ben diversa, che però sentì la necessità di raccontare.

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