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27 Mag

Vivian Maier, la bambinaia fotografa

La tata con la passione delle fotografia. Vivian Maier e la sua Street Photography. Una produzione riportata alla luce dopo più di quarant’anni, scovata per caso a Chicago nel 2007 dal collezionista John Maloof, da allora divenuto propulsore e custode della sua eredità fotografica. Un corpus d’immagini, finito in un box messo all’asta per qualche centinaio di dollari, che comprende più di centomila negativi, oltre ad alcuni filmati amatoriali e registrazioni audio. Un percorso artistico – tenace e postumo per questa bambinaia americana classe 1926 – che è stato in parte esposto a Milano nel 2016 (ma ancor prima a Nuoro nel 2015 e a Brescia nel 2012) e che ora è tornato in Italia, in mostra al Museo di Roma in Trastevere fino al 18 giugno, corredato da un volume edito da Contrasto, a cura di John Maloof con prefazione di Geoff Dyer. Esposte a Roma, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, 120 immagini in bianco e nero realizzate da Vivian Maier tra gli anni Cinquanta e Sessanta, insieme a una selezione di fotografie a colori scattate negli anni Settanta e alcuni filmati in Super8.

Con la sua Rolleiflex professionale, la ventiquattrenne Vivian iniziò a dedicarsi al racconto per immagini nel 1950, appassionata alla fotografia sin dalla tenera età dalla fotografa professionista Jeanne Bertrand (prima pagina al Boston Globe nel 1902!), un’amica di sua mamma con cui vissero per diversi anni, sia nel Bronx che in Francia. Rientrata in America, Vivian trovò impiego come governante, una tata con un sogno nel cassetto – proprio il caso di dirlo – quello di immortalare la vita in strada: bambini ma non solo, persone di buona società come anche anziani, mendicanti ed emarginati. Per le vie della sua città, così come, nei suoi periodi di ferie, in giro per il mondo, tra Filippine, Thailandia, India, Yemen, Egitto, Italia e Francia. Sviluppando in bagno i suoi negativi prima, utilizzando poi una Kodak e una Leica. Questa almeno è la vita che ha ricostruito e consegnato ai posteri John Maloof, dopo aver raccolto diverse testimonianze di chi, sino all’aprile 2009 (anno della sua morte) l’aveva conosciuta e frequentata. Una vita – a metà tra l’eroina disneyana Mary Poppins, anch’essa intraprendente baby sitter, e la poetessa statunitense Emily Dickinson, anch’essa divenuta famosa solo dopo la morte grazie ad opere tutte appunto pubblicate postume – che non ha mancato di ispirare alcuni registi, tra cui John Maloof e Charlie Siskel con “Alla ricerca di Vivian Maier” (Finding Vivian Maier), nomination all’Oscar nel 2015.

Mentre ne conosciamo volto e sembianze grazie a numerosi scatti che giocano con la sua immagine riflessa in specchi in strada – da quelli di un trasloco in atto a quelli della segnaletica verticale, passando per il riflesso in vetrina – incrociamo così anche gli sguardi di chi lei ha incontrato. Facendo conoscenza di lei e di ciò che lei vedeva, mediante composizioni prospettiche e quadri geometricamente impeccabili che la consegnano alla storia (futura) della fotografia.

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