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13 Set

Arrivederci a Mariotti, “padre” del Rossini Opera Festival

La sua prima stagione venne inaugurata al Teatro Rossini di Pesaro il 28 agosto del 1980 con La gazza ladra diretta da Gianandrea Gavazzeni nell’edizione critica a cura di Alberto Zedda. Da allora si tiene a Pesaro in agosto, tutti gli anni, da 38 anni a questa parte, e ha aperto le porte del repertorio rossiniano, nonché della città, ad un vastissimo pubblico, molto internazionale, di melomani di lungo corso e nuovi appassionati fruitori. È il Rossini Opera Festival, rassegna internazionale di opera lirica dedicata al compositore pesarese Gioachino Rossini dalla sua città natale.

Da allora, ossia da sempre, il ROF è qui sinonimo di Gianfranco Mariotti, colui che il Rossini Opera Festival l’ha voluto, ideato, ogni anno sostenuto. Ora il “padre” del ROF lascia, in una lettera datata 7 settembre 2017, dimettendosi dal ruolo di Sovrintendente del Rossini Opera Festival: “di fronte a recenti perplessità espresse dalla Corte dei Conti su alcuni aspetti del mio contratto con il Rof, allo scopo di consentire il migliore chiarimento della materia e insieme per favorire il previsto avvicendamento nel mio ruolo, non lontano dalla scadenza naturale del mandato”.

Volendo cogliere una qualsiasi forma di “arrivederci” nel suo “Resto comunque a disposizione per qualsiasi necessità” lasciato all’inchiostro dello scritto di commiato, ne abbiamo incontrato il pensiero in questa breve intervista, per riflettere insieme a lui su questa esperienza.

Si dimette da un incarico ricoperto per 38 anni, le 38 edizioni di vita consecutive del Rossini Opera Festival. Come è nato il ROF? Quale ricordo ha di quel primo anno di festival? Emozioni e speranze, contatti e organizzazione… Come ha progettato e reso possibile, come “ha plasmato”, questa creatura affinché poi avesse lunga vita?

Nel 1969 vidi alla Scala Il barbiere di Siviglia nell’edizione critica curata da Alberto Zedda e diretta da Claudio Abbado. Quello spettacolo innescò la miccia che, undici anni dopo, farà esplodere – a Pesaro e poi nel mondo – il Rossini Opera Festival. L’operazione che era stata fatta sulla partitura, resa completamente diversa da quella tradizionale, mi impressionò profondamente. Tornai a casa, dopo quella sera, eccitato e sconvolto, ma soprattutto affascinato per quello che avevo ascoltato e con la ferma convinzione che tutto Rossini dovesse essere sottoposto a quel medesimo trattamento. Proprio in quegli anni, la Fondazione Rossini si stava trasformando in un Centro di studi rossiniani di altissimo livello: furono lo stesso Zedda, Bruno Cagli e Philip Gossett a concepire il monumentale progetto di edizione critica dell’Opera Omnia rossiniana. Nel febbraio 1980, mentre la città si apprestava a riaprire il suo teatro chiuso da 14 anni per restauri, presentai, da consigliere comunale, un progetto di festival rossiniano (approvato all’unanimità dal consiglio), basato su una formula assolutamente originale: un’operazione simultanea e coordinata di tipo musicologico, teatrale ed editoriale. Nel ventennio precedente, aveva preso piede unaRossini renaissance” ante litteram, una nebulosa di energia che aveva bisogno di una scintilla per deflagrare: il Rossini Opera Festival fu proprio quella scintilla.

Un bilancio a 38 anni di distanza da allora. Cosa è stato, e come è cresciuto il ROF in questi tanti anni? Cosa lascia ora, non solo alla città di Pesaro, ma al mondo della lirica tutto?

Ciò che si è realizzato a Pesaro in questi anni è il recupero di uno straordinario patrimonio di arte tornato ad essere ricchezza di tutti: di esso fa parte anche la riscoperta di un’immagine umana di Rossini del tutto diversa dalla tradizione. Ne è derivata una linea strategica fondata su un costante atteggiamento laico di ricerca attorno a tutti i nuovi temi e i quesiti che i materiali restituiti incessantemente pongono ai fruitori moderni, anche ora che il recupero dei titoli rossiniani è quasi completato. In realtà anche solo per affrontare le problematiche inedite – filologiche, culturali, teatrali, interpretative – proposte dal materiale riemerso occorrerà il lavoro di generazioni. La nostra linea è rimasta quella che ci siamo dati dall’inizio, e che si è sempre meglio precisata negli anni: massimo rispetto della lezione musicale autentica, massima apertura riguardo alla restituzione teatrale moderna.

Nella sua lettera di dimissioni ringrazia tutti i suoi più stretti collaboratori, “il popolo del Rof”. Ci sono tante persone e tante maestranze dietro un’iniziativa così importante e complessa. Può magari raccontarcene un po’, anche con alcuni aneddoti, di questo mondo di professionisti di cui gli spettatori vedono il risultato, ma non i volti e le fatiche, l’impegno e la passione?

Difficile scegliere. Credo che il “popolo del ROF” sia un’anomalia del panorama teatrale nazionale. Non si tratta ovviamente di un soggetto unico, ma di un gruppo di lavoratori selezionati, tenuti insieme da passioni condivise e da una comune visione del lavoro (o del mondo?). Una parte di loro – poco più di una dozzina – sono presenti tutto l’anno, un’altra parte entra in funzione con l’apertura dei laboratori, un terzo gruppo con l’inizio delle prove. Per tutti, specie nella selezione degli ultimi due gruppi, vige il principio di ricerca della maggiore continuità possibile. Il risultato è una grande omogeneità, anche di comportamento collettivo. Al ROF nessuno fa un lavoro ottuso e ripetitivo, o, peggio, spersonalizzato. Ciascuno dispone attorno a sé di un’area di autodeterminazione, naturalmente interna alle disposizioni generali. Tutti coloro che, a qualunque titolo, vengono al Festival, avvertono con chiarezza attorno a sé la presenza del “popolo del ROF”, sotto forma di un’atmosfera speciale, positiva e solidale, determinata da un orgoglio di gruppo, un senso di appartenenza, un remare tutti dalla stessa parte, una consapevole voglia di fare il meglio.

I nostri migliori e più sentiti auguri di un buon lavoro al nuovo Sovrintendente del Rossini Opera Festival, il Maestro Ernesto Palacio.

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