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24 Ago

Cento anni di Leonard Bernstein

Gli Stati Uniti con la fine della Seconda Guerra Mondiale si erano imposti, oltre come vincitori ed “diffusori” di libertà e benessere (con le mille contraddizioni, vantaggi e svantaggi che oggi possiamo valutare storicamente), anche come “esportatori” culturali. Portando grazie a cinema, dischi e libri, una nuova generazione di idoli e miti legati a una eredità europea, ma slegati dalla ingessatura dell’accademismo. Insomma più popolari, pronti per un pubblico “giovane”. Prima ancora dei vari Marlon Brando, James Dean, Marilyn Monroe, fu il mondo della musica ad aprire le porte. Jazzisti come Duke Ellington e Louis Armstrong divennero subito popolari, ma anche la musica colta ebbe il suo “modello” d’esportazione. Il suo nome era Leonard Bernstein, proprio il 25 agosto di 100 anni fa nasceva a Lawrence (Massachusetts) da una coppia di ebrei polacchi originari di Rovno (Ucraina). Verso i dieci anni si avvicinò alla musica. «Sono stato infelice fino a che non ho scoperto la musica. Perché, vedete, il segreto è che avevo trovato un universo in cui mi sentivo sicuro, dove ero salvo». Così lo stesso Leonard si raccontava.

Compositore, direttore d’orchestra, divulgatore, pianista, attivista politico. Un personaggio che per oltre cinque decenni fu un punto di riferimento culturale, e che seppe andare oltre la sua professione di musicista. Di lui hanno detto che era «il più grande pianista tra i direttori, il più grande direttore tra i compositori, il più grande compositore tra i pianisti… un genio universale».

Appena finita la Seconda Guerra Mondiale, Lenny (diminutivo che sempre l’ha accompagnato), già avviato a una brillantissima carriera in patria, iniziò a farsi conoscere anche all’estero, approdando in Italia per la prima volta nel 1948: qui da noi trovò sempre un pubblico entusiasta ad attenderlo. Proprio in quegli anni, quando la sua carriera di direttore sembrava prendere il sopravvento sugli impegni di compositore scrisse: «È impossibile per me fare una scelta esclusiva fra le varie attività del dirigere, della composizione sinfonica o per il teatro, e del suonare il pianoforte. Quello che mi sembra giusto in un dato momento è quello che devo fare, a scapito della classificazione o di attività altrimenti limitanti i miei servizi alla musica. Non comporrò una singola nota mentre il mio cuore è impegnato in una stagione direttoriale; né abbandonerò la scrittura di una canzone popolare quando deve essere espressa per dirigere la Nona di Beethoven. In tutto questo c’è un ordine preciso e difficile da pianificare; ma quest’ordine deve essere seguito nel modo più rigoroso. Alla fine c’è la musica, non le convenzioni del business musicale; e i metodi per raggiungerla sono un mio problema privato».

Quindi una persona cosciente che tutte le attività musicali che intraprendeva dovevano avere la giusta importanza nel momento stesso in cui si applicava a esse. Un vero professionista. Ma questo lo si può dedurre a pieno ascoltandolo nelle innumerevoli registrazioni audio e video che lo vedono protagonista. Come direttore fu il ponte di collegamento tra i compositori del Nuovo Mondo – come Copland, Barber, Foss, Villa-Lobos, Ives – e il Vecchio Continente. Ma fu anche un magistrale interprete di repertori consolidati (come le Sinfonie di Beethoven) e di altri che ancora dovevano conquistare il pubblico (come il sinfonismo di Mahler). Nella sua veste di compositore ha saputo fondere diversi linguaggi musicali, in continuità con nomi quali Dvořák e Gershwin (solo per citarne due), creando capolavori come West Side Story, On the Town, Wonderful Town, Candide, Mass. Ma mi sembrerebbe superfluo soffermarmi solo sull’aspetto musicale dell’artista. Per chiunque sarebbe facile reperire in rete, o meglio, in qualche negozio di dischi le sue registrazioni. Magari appassionandoci così tanto da arrivare ad acquistare i monumentali cofanetti che le case discografiche hanno pubblicato negli anni. Questo impegno che mischiava arte e politica, cultura e senso civile, non fu mai fine a se stesso; e il suo modo di confrontarsi con le composizioni, sue o di altri, trovava sempre un fine politico sociale. Facile vederlo per esempio nella scrittura di West Side Story, dove temi sociali e musica si combinano generando un capolavoro. E che portava a Broadway, precursore di qualche decennio, un tema rivoluzionario: amore / odio fra le tensioni razziali (Romeo e Giulietta fra portoricani e bianchi). Un po’ più complesso lo si può ritrovare nel suo approccio interpretativo nella direzione. È lo stesso Leonard che ci fa capire il suo modo di pensare: «Solo dopo cinquanta, sessanta, settanta anni di olocausti mondiali, di progresso democratico da un lato, e di una crescente incapacità di mettere fine alla guerra dall’altro, del contemporaneo aumento dei culti nazionali e della nostra resistenza attiva verso l’uguaglianza sociale – solo dopo aver sperimentato tutto ciò con i forni fumanti di Auschwitz, le giungle rase al suolo del Vietnam, l’Ungheria, Suez, la Baia dei Porci, […] l’omicidio di Dallas, l’arroganza del Sudafrica, […] l’accerchiamento di Israele da parte degli arabi, la piaga del maccartismo, l’insensata corsa agli armamenti – solo dopo tutto questo possiamo finalmente ascoltare la musica di Mahler e capire che aveva predetto tutto». Una visone apocalittica, ma che fa intendere bene quanto per lui il legame tra musica, storia e società fosse stretto.

Difficile in poco spazio riuscire a sintetizzare la vita di un genio di questa portata, e di tale profondità, tralasciando tra le altre cose il suo impegno per la divulgazione della musica attraverso trasmissioni televisive. Sta di fatto che anche Hollywood si è resa conto della sua grandezza, e già da maggio di quest’anno che è stato annunciato un biopic su Bernstein, si intitola “The American”. Protagonista sarà Jake Gyllenhaal, sotto la direzione di Cary Fukunaga. Un tributo forse doveroso al compositore che ha contribuito con le sue colonne sonore a film importanti come Fronte del porto e il già citato West Side Story.

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