Turandot ha da poco compiuto cento anni ed è più famosa che mai. Perfino chi è totalmente digiuno d’opera la conosce, grazie all’aria “Nessun Dorma”, che nei paesi anglosassoni viene considerata un’autentica hit pop (nel senso migliore del termine). In quest’ultimo caso, il merito va alla BBC e alla formidabile idea di abbinarla ai Mondiali di calcio Italia ’90. Al di là dei grandi autori che l’hanno usata al cinema (giusto per citarne alcuni: George Miller, Martin Scorsese, Clint Eastwood e Woody Allen), la romanza è stata protagonista di spot, cover, nuovi arrangiamenti musicali, film e serie tv. Ad esempio, cosa accomuna pellicole come L’amore ha due facce (1996), Sognando Beckham (2002), Al vertice della tensione (2002), Man on Fire (2004), Sapori e dissapori (2007), Mission: Impossible – Rogue Nation (2015), Sing (2016) e serie televisive quali Dr. House, Daredevil, Peaky Blinders, Gangs of London e Squid Game? Hanno tutte una scena chiave costruita sulle note di “Nessun Dorma”.
Passando però alla “Principessa di gelo”, viene spontaneo chiedersi: chi era davvero? E, dato che in ogni leggenda c’è sempre un pizzico di verità, è mai esistita una figura che ne abbia ispirato la creazione? Ebbene, dietro la Turandot pucciniana si nascondono non una, ma ben due donne: una guerriera mongola, vissuta (indicativamente) fra 1260 e il 1306, e la protagonista di una fiaba orientale.

Turandot (1926, manifesto disegnato da Leopoldo Metlicovitz)
Della prima, troviamo testimonianza nel Milione di Marco Polo (1298) e nel Jami’ al-Tawarikh (Compendio delle cronache), scritto dallo storico persiano Rashid al-Din all’inizio del XIV secolo. Si chiamava Khutulun ed era nota anche come “Chiaro di Luna” (Ay Yaruq, semplificato in Aigiarne o Aiyurug). Il padre Kaidu Khan, pronipote di Gengis Khan e cugino dell’imperatore Kublai Khan, la educò da maschio e non certo perché a corto di discendenti. Aveva una ventina di figli, ma nessuno di loro sapeva cavalcare, combattere, tirare con l’arco, comandare le truppe o fornire consigli politici meglio di Khutulun. Marco Polo, che la definì “molto bella e bene fatta di tutte le bellezze”, disse di lei :
Questa donzella si era sí forte che non si trova(va) persona che vincere la potesse di veruna pruova. Lo re suo padre sì la volle maritare; quella disse che mai non si mariterebbe s’ella non trovasse alcuno gentile uomo che la vincesse di forza [o] d’altra pruova. Lo re sí l’avea brivelleggiata che ella si potesse maritare a la sua voluntade. Quando la donzella ebbe questo dal re, sí ne fue molto alegra; ed allora si mandò dicendo per tutte le contrade che, se alcuno gentile uomo fosse che si volesse provare co la figliuola de lo re Caidu, si andasse là a sua corte, sappiendo che, quale fosse quegli che la vincesse, la donzella si lo torrebbe per suo marito.
Insomma, chiunque l’avesse voluta in moglie, avrebbe dovuto vincerla in combattimento. La pena per la sconfitta? Cento cavalli. L’imbattuta Khutulun arrivò a possedere ben diecimila destrieri, eppure, alla fine, dovette ugualmente sposarsi. Il motivo? Proteggere se stessa e il padre da infamanti accuse di incesto. Non si sa con certezza chi fu il marito (per alcuni si trattava di un fedele seguace, per altri di un nemico troppo bello e prode per essere giustiziato, per Rashid al-Din di un sovrano persiano), né se Khutulun lo scelse per amore o convenienza. Con la morte di Kaidu, però, tramontò anche la stella della figlia prediletta, che avrebbe dovuto guidare il suo popolo e che, invece, cadde vittima di una feroce lotta di potere tra fratelli.
- Khutulun (interpretata da Claudia Kim) nella serie Marco Polo © Netflix
- Khutulun © Caroline Young Studios
- Khutulun combatte contro uno dei suoi pretendenti (miniatura del 1410-1412)
Terminata il resoconto storico, passiamo alla fiaba e dunque al poema Haft Peykar (letteralmente, “Sette ritratti”, da intendersi come “Sette bellezze”), completato nel 1197 da Nizami Ganjavi e incentrato sulla figura del re di Persia Bahram V, che, nel corso di una settimana, si reca da ciascuna delle sue sette mogli, per ascoltare una novella. Ognuna di esse incarna una diversa cultura e lo accoglie sotto una cupola dal colore specifico, collegato all’influsso di un particolare pianeta. Quella che ci interessa è Nasrin-Nush, la sposa che riceve il re nel padiglione rosso (associato a Marte, alla guerra, al coraggio e al sangue) e gli narra di una principessa proveniente dalla terra che noi chiamiamo Russia. Costei, tanto bella e sapiente quanto fredda e spietata, avvolse con la magia un castello in cima a una montagna e vi si ritirò. Fece quindi appendere il proprio ritratto nella città sottostante e stabilì che chiunque voleva sposarla, doveva superare gli incantesimi, trovare il cancello d’ingresso segreto e risolvere una serie di enigmi. In caso di fallimento, il pretendente avrebbe perso la testa. Tutti coloro che tentarono l’impresa morirono, finché un giovane principe vide il ritratto, se ne innamorò e decise di sfidare la sorte.
Come spesso accade, con il passare dei secoli, anche questa fiaba ha subito numerose modifiche e, da quando è stata collegata alla Cina, la figura della protagonista si è mescolata con quella di Khutulun. Se il principe è rimasto senza nome sino a che una versione turca lo ha ribattezzato Calaf (da “Khalaf”, che significa successore, discendente, erede), la principessa ha dovuto aspettare l’inizio del Settecento e la pubblicazione de I mille e un giorno (raccolta di novelle assemblata dall’orientalista francese François Pétis de la Croix) per trovare il proprio: Tourandocte, da Turandokht, “Figlia dell’Asia centrale”. In Histoire du prince Calaf et de la princesse de la Chine, Tourandocte, obbligata a indovinare il nome del vittorioso pretendente prima dell’alba, gli invia un’ancella, la quale cerca inutilmente di convincerlo a fuggire con lei. Calaf rifiuta, ma si lascia sfuggire il segreto. Il giorno dopo, Turandocte svela l’identità del principe, ammettendo però di aver vinto con l’inganno e dichiarandosi disposta a sposarlo, mentre l’ancella, disperata perché innamorata di Calaf, si uccide.
- Turandot (1859, incisione di Georges François Louis Jaquemot su disegno di Arthur von Ramberg)
- Yamato in One Piece
- Prinzessin Turandot (1934)
Dalla fiaba di Pétis de la Croix, deriva la maggioranza delle Turandot teatrali, dalla Princesse de la Chine di Alain-René Lesage e Jacques-Philippe d’Orneval (1729) a Turandot, Prinzessin von China di Friedrich Schiller (1801, per la quale ha composto le musiche anche Carl Maria von Weber), senza scordare la Turandot di Carlo Gozzi (1762), che è alla base non solo di Turandot o il congresso degli imbianchini di Bertolt Brecht (1969), ma degli adattamenti lirici italiani della vicenda, firmati da Antonio Bazzini (1867), Ferruccio Busoni (1917) e, ovviamente, Giacomo Puccini. Prima che il capolavoro di quest’ultimo inglobi totalmente la fama della principessa (già amatissima dall’Art Nouveau e Deco), nel 1934 c’è spazio per la commedia tedesca Prinzessin Turandot, diretta da Gerhard Lamprecht e sceneggiata da Thea von Harbou. Esatto: “quella” Thea von Harbou, l’autrice di Metropolis ed ex moglie di Fritz Lang, con il quale aveva scritto I Nibelunghi (1924) e M – Il mostro di Düsseldorf (1931). Oggi il personaggio di Turandot è sinonimo dell’opera di Puccini, ma basta una minima ricerca per comprendere quanto il suo passato sia ricco e affascinante.
E Khutulun? Non è sparita, anzi, ha attraversato i confini della Mongolia (che l’ha celebrata in libri e film), è comparsa nella serie Netflix Marco Polo (dove ha l’aspetto dell’attrice sudcoreana Claudia Kim) e ha stuzzicato la fantasia del fumettista giapponese Eiichiro Oda (l’autore di One Piece, il manga più venduto di sempre), che si è ispirato a Khutulun per creare Yamato, figlia dell’Imperatore pirata Kaido. Quindi è proprio vero: in un modo o nell’altro, tutti conoscono Turandot.







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