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29 Lug

Gianni Berengo Gardin fotografato in My Life in a click

Da più di 200 anni la fotografia ci stupisce. Quell’arte di “scrivere” la “luce” e di imprimere su un supporto bidimensionale la realtà, inquadrandola in quattro lati che al tempo stesso fissano lo sguardo su un particolare, ma possono includere in esso anche tutto quello che è stato escluso. «Non conta tanto come si fotografa, ma quello che si fotografa», così Gianni Berengo Gardin spiega in poche parole uno dei segreti della fotografia.

Ligure di nascita ma proiettato in giro per il mondo per professione, Gianni Berengo Gardin è uno dei fotografi italiani più blasonati, con all’attivo centinaia di libri e una produzione artistica esposta nei più grandi musei mondiali. Da sempre è legato a due piccoli grandi “dogmi”: non essersi mai convertito al digitale e aver scattato sempre in bianco e nero. Ma è lui stesso che in modo naturale afferma che essendo nato con il bianco e nero, è stato ovvio che la sua arte si sia sviluppata così, e ancora oggi prosegua nello stesso modo.

A un così importante personaggio il regista e fotografo Max Losito ha voluto dedicare un documentario (in onda in questo periodo su Sky Arte, visibile anche on demand). Infatti My life in a click racconta attraverso le parole dello stesso Gianni Berengo Gardin, dei familiari, del suo amico Renzo Piano, dei suoi colleghi Sebastião Salgado, Josef Koudelka, Ferdinando Scianna, Gabriele Basilico, Elliott Erwitt, la grandezza della sua fotografia e con essa l’approccio all’arte visiva.

Per capire meglio come un giovane fotografo riesca a interagire con un grande maestro abbiamo intervistato Max Losito, che al suo attivo ha già una lunga carriera, nata come fotografo di still life (genere che ancora lo contradistingue), ma che poi si è sviluppata verso il cinema documentaristico e pubblicitario. Dal 2014 vive a New York dove ha fondato la Magia Entertainment, un punto di riferimento per la produzione di contenuti cinematografici e pubblicitari per il mercato americano.

Ci può raccontare la genesi del documentario?

«Sono figlio di un fotografo e quindi molto appassionato di fotografia di reportage, sociale e street photography. Ho sempre amato la narrazione lunga e i documentari e da qui ho pensato di affrontare un progetto a lunga scadenza che mi desse la possibilità di raccontare un personaggio sotto diversi punti di vista. Quindi ho deciso di procedere con questa idea e ho anche pensato che producendo il film mi avrebbe dato piena libertà nelle scelta creativa e narrativa. Questo lavoro è stato portato avanti in 8 anni, anche perché le riprese andavano incastrate tra i miei lavori pubblicitari e gli impegni di Gianni».

Cosa l’ha spinta a realizzare un documentario-intervista a Gianni Berengo Gardin? E perché proprio lui?

«Pur non conoscendo Gianni prima di questo progetto ho sempre avuto una grande ammirazione per lui. È uno dei più grandi fotografi italiani, con una produzione di foto e libri impressionante. Quello che mi ha sempre affascinato di lui è stata, oltre la sua grande professionalità, la sua etica e tenacia nel fare sempre quello che credeva, alla sua maniera. Alla fine il tempo gli ha dato ragione…  Ovviamente lui non aveva bisogno di presentazione, è conosciuto ovunque ma la mia sfida è stata far conoscere l’uomo attraverso le molteplici testimonianze di parenti, amici e colleghi. Il suo lato umano non è così conosciuto come le sue foto. Da qui la mia scelta di raccontarlo a 360 gradi».

Durante la realizzazione del documentario la sua percezione dell’artista e della sua produzione è mutata rispetto all’inizio?

«Ah sì, quello di sicuro. Spendendo molto tempo con lui ho avuto il privilegio di assistere alla realizzazione di alcuni suoi lavori e vedere la genesi dei suoi progetti. Che poi alla fine non è molto diversa dalla nascita e dalla realizzazione dei miei. I suoi lavori richiedono molto tempo e ricerca, oltre che al viaggiare molto. Poi c’è stata la scoperta di Gianni uomo, personaggio con tutti i suoi pregi e sfaccettature che lo rendono assolutamente unico. Una delle tante curiosità è la sua passione per il gelato… ne mangerebbe in continuazione».

Max Losito

La scelta di presentare la pellicola in bianco e nero mi è sembrata giusta e attinente alla produzione di Berengo Gardin. Ma oltre all’artista anche l’uomo rispecchia la scelta stilistica del bianco e nero?

«Credo proprio di si. Gianni è un uomo di altri tempi, con una spiccata umanità, umiltà e un instancabile voglia di fare. Lui stesso dice “sono nato con la fotografia in bianco e nero, la televisione in bianco e nero, i film in bianco e nero, quindi non potevo che essere un fotografo in bianco e nero, perché ho succhiato latte in bianco e nero”. Quando ho iniziato a scrivere il soggetto di questo progetto ho pensato che sarebbe stato come se Gianni Berengo Gardin raccontasse e filmasse se stesso. Quindi doveva essere assolutamente un film in bianco e nero. Poi la scelta del bianco e nero crea coesione con le sue foto che sono anch’esse in bianco e nero».

Il film affronta vari aspetti della produzione di Gianni Berengo Gardin, quale tra queste ha trovato più facile da raccontare?

«Non ci sono stai aspetti più facili di altri della sua produzione. Forse riuscire a far emergere il lato umano e meno conosciuto è stata la cosa più difficile».

Il documentario si avvale di diverse interviste a fotografi legati alla vita di Berengo Gardin, si evince un’unanime ammirazione per lui, ma la sua sensazione è che realmente sia così?

Sì, è effettivamente così. Essendo Gianni una persona “low profile” si fa voler bene da tutti e ovviamente anche professionalmente è molto stimato. Quindi ho trovato da parte di tutti una sincera ammirazione del suo lavoro».

Max Losito e Gianni Berengo Gardin

Seguire un fotografo nel suoi lavoro non è mai facile, come si è dimostrato nei suoi confronti? C’è stato un momento di diffidenza?

«Devo dire che ci è voluto un po’ per entrare in sintonia con lui, non per questione di diffidenza ma perché non ci conoscevamo per niente. Quindi diciamo che il primo anno di riprese è stato di ambientamento e ci ha permesso di conoscerci. E poi per poter mostrare il suo lato umano avevo bisogno di guadagnare la sua fiducia e che lui si abituasse alla mia presenza con la telecamera. Non dimentichiamo che un fotografo lavora da solo e avere la presenza di una mini troupe attorno non sempre facilita il suo lavoro».

La sceneggiatura del racconto è stata concordata insieme?

«A dire la verità Gianni non ha mai voluto sapere la storia, anzi in un’occasione, quando la sua assistente Donatella mi chiese di dirle qualcosa sul documentario, lui non volle sentire e disse che voleva essere sorpreso a film finito. Quindi ho avuto carta bianca completa. Io ho filmato per 6 anni e lui non ha visto neanche un minuto del girato, fino alla visione del primo montaggio. La cosa mi ha sorpreso molto e mi ha fatto anche molto piacere. Avere la stima di un maestro come lui per me è stato il complimento migliore. Poi c’è anche un altro aspetto, lavorare a un film biografico di questo tipo è abbastanza particolare. Da un lato si ha un soggetto e una sceneggiatura e dall’altra gli imprevisti o le perle di saggezza che Gianni regala spesso a microfoni spenti. Quindi ho imparato a prevedere sempre quando questi momenti potessero arrivare, anche se devo dire che ne ho perso qualcuno. Quindi direi che per un documentario come questo un po’ è il regista che insegue la storia e un po’ è la storia che si fa trovare».

Ho trovato molto interessante la scelta di far impersonare la voce narrante alla sua macchina fotografica. Come è nata questa idea?

«Sì, questa è l’idea cardine di tutto il documentario e deriva dall’attaccamento di Gianni alle sue Leica. Quasi una relazione d’amore. Da qui l’idea di “giocare” col dubbio che la voce fosse quella della moglie,  per poi svelarsi nel finale. D’altronde, chi meglio della sua Leica poteva raccontare la vita di Gianni Berengo Gardin? La scelta della voce non è stata facile, ma alla fine ho trovato la bravissima Laura Curino che ha subito capito lo spirito del progetto regalandoci una meravigliosa interpretazione della Leica M7 di Gianni».

Ci sono state difficoltà nella realizzazione del progetto?

«Non in particolare. È stato un progetto molto lungo e ogni tanto non è stato facile spiegare a Gianni che ci sarebbe voluto più tempo e materiale. Ma alla fine anche lui è rimasto entusiasta del film e questa è la cosa più importante».

Prossimi progetti in cantiere?

«Ho diversi progetti in cantiere. Uno riguarda un altro personaggio molto famoso (non posso ancora rivelare il suo nome) e comunque completamente diverso da Gianni . In questi giorni ho iniziato un nuovo documentario sul mio mondo, quello della pubblicità, interamente girato in pellicola Super 16 mm. Quindi anche questo una bella sfida!».

 

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