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1 Dic

Ursula Patzak, “favolosa” costumista tra cinema e lirica

In 27 anni di carriera, Ursula Patzak ha realizzato i costumi per alcuni dei capolavori della settima arte conquistando due David di Donatello e due Ciak d’Oro per i film “Noi credevamo” (2009) e “Il giovane Favoloso” (2015), entrambi con la regia di Mario Martone.

Abbiamo incontrato la celebre costumista in occasione della sua ultima fatica per il teatro lirico, “Il castello di Kenilworth” di Donizetti, una delle due produzioni del Festival internazionale Donizetti Opera 2018.

Il combattimento di Tancredi e Clorinda, Terme di Caracalla, 2012, ©Lelli e Masotti

Ursula Patzak è nata a Monaco e ha studiato scenografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Per l’opera lirica, la Patzak ha progettato i costumi per tre produzioni del Rossini Opera Festival con la regia di Mario Martone: “Matilde di Shabran”, “Torvaldo e Dorliska” e “Aureliano in Palmira”. Ha anche disegnato i costumi per “Il combattimento di Tancredi e Clorinda” di Monteverdi nella produzione di Giorgio Battistelli per il Ravello Festival. Ha lavorato per “Le nozze di Figaro” al Teatro San Carlo di Napoli, per “Falstaff” e “Macbeth” al Teatro des Champs-Elysees a Parigi e per “Otello” al New National Theatre di Tokyo. In collaborazione con Anselm Kiefer, ha realizzato i costumi per »Elektra« al Teatro San Carlo di Napoli.

Nel 2009 fa la sua prima esperienza al cinema, sempre con Martone, con la grande produzione del film “Noi credevamo”. Idea anche i costumi per “Acciaio” di Stefano Mordini e per “Un giorno speciale” di Francesca Comencini. Sempre con Mario Martone crea i costumi per “Il giovane favoloso”, indimenticabile ritratto del poeta Giacomo Leopardi.

Martone_Patzak, Noi credevamo, 2010

Potrebbe tratteggiare brevemente la sua formazione?

Ho studiato all’Accademia delle Belle Arti a Bologna, dopo di che ho effettuato tirocini in importanti sartorie come la Sartoria Tirelli, Costumi d’arte e GP11  di Roma. Sono stata, per vari anni, assistente di Moidele Bickel, la costumista di Peter Stein. Nel 2000 ho incontrato Mario Martone e per lui ho disegnato i costumi dello spettacolo ‘I 10 Comandamenti’ di Viviani. Quello con Martone è stato un fruttuoso incontro: ho continuato a lavorare con lui per tutti suoi spettacoli teatrali, le opere liriche e i film. Nel 2008, per la prima volta ho lavorato per il cinema: Martone mi ha affidato la creazione dei costumi per il film ‘Noi credevamo’ a cui ha fatto seguito il lavoro per il film “Il giovane favoloso” nel 2015.

Da dove viene la sua passione per i costumi?

La passione per il costume è nata a seguito dei miei studi di Storia del Costume all’Accademia. Si è poi sviluppata grazie alle collaborazioni con le sartorie teatrali prima come volontaria addetta alla tintura dei tessuti, poi come collaboratrice nei laboratori creativi e, infine, progettando i costumi dei miei spettacoli. Credo che questo mio interesse, diventato poi lavoro, derivi dall’approfondimento e dalla conoscenza sia della storia dell’arte che della storia del costume. Realizzare i costumi per il teatro o per il cinema è molto affascinante non solo dal punto di vista estetico ma anche dal punto di vista storico – si racconta sempre un aspetto della società –  e psicologico in quanto si deve seguire lo sviluppo e l’eventuale trasformazione dei personaggi. Più si studia un’argomento, più lo si conosce e più diventa appassionante.

Quali sono le sue fonti d’ispirazione? Mi parli del suo metodo di lavoro: come si costruisce un personaggio?

Le fonti d’ispirazione possono essere molteplici. Dipendono da quello che si deve fare. Molto spesso è la storia dell’arte, soprattutto per  i soggetti storici: si analizzano i quadri sia per i colori, sia per le fogge dei vestiti che per i materiali. Un’altra grande risorsa di documentazione è certamente la fotografia. Per i soggetti moderni si guardano spesso sia le riviste di moda che le fotografie dei giornali senza dimenticare gli spunti che possono provenire dalla vita reale. Anche i film o i documentari sono spesso fonte d’ispirazione. Questo vale non solo per gli abiti di scena ma anche per le pettinature e gli accessori. Per costruire un personaggio normalmente ci si confronta con il regista e con l’idea che lui ha del personaggio stesso. In base alle sue indicazioni cerco di fare una lettura approfondita della sceneggiatura o del libretto per cercare delle indicazioni riguardanti l’appartenenza sociale, l’aspetto psicologico del personaggio e una sua eventuale trasformazione. In base a questa analisi cerco di fare un disegno e lo propongo al regista. Nella scelta del modello e del materiale, un aspetto importante è la fisicità dell’attore o del cantante: spesso l’idea iniziale deve essere modificata in quanto diverse e varie sono le caratteristiche fisiche dell’attore. Normalmente, prima di disegnare un abito cerco delle foto recenti dei cantanti/attori per trarre da queste importanti informazioni sull’altezza, la struttura fisica e l’incarnato per poi scegliere un colore e un modello da cui partire per realizzare il costume.

Martone_Patzak, Il giovane favoloso, 2014

C’è un abito del cuore, tra i tanti che lei ha ideato?

Ho amato molto la giacca turchese indossata da Elio Germano nel film “Il giovane favoloso”; credo che quel capo  sia stato fondamentale per rendere appieno il personaggio di Leopardi. Non esiste nessun quadro e nessuna documentazione nella quale il giovane Leopardi avesse un giacca di quel colore: è una mia ipotesi per dare giovinezza e modernità ad un personaggio  storico spesso descritto pessimista e poco giovane.

Parliamo del suo rapporto con la musica in generale e con l’opera lirica in particolare.

Per  descrivere il  carattere di un personaggio dell’opera lirica non c’e solo il libretto, ma anche la musica.  La musica, per certi versi, è più esplicita rispetto alla parola. Per cui è molto importante ascoltare e conoscere l’opera per poter sviluppare il personaggio.

Spesso lei crea abiti anche per il cinema: quale la differenza rispetto al mondo dell’opera?

Vi è una differenza fondamentale: nell’opera lirica o nel teatro si vede sempre tutto il palcoscenico mentre nel cinema ci sono spesso i primi piani. Nell’opera lirica si devono creare dei quadri interi e per questo è importante la scelta dei colori. Nel cinema, invece,  sono molto importanti i dettagli: un bottone o un pizzo diventano importanti in un primo piano e vengono amplificati sullo schermo, mentre nell’opera si ha una visione più complessiva. Certi tessuti al cinema non funzionano mentre all’opera possono essere di grande effetto teatrale.  Credo che l’esperienza del cinema mi abbia influenzato molto nella progettazione dei costumi per l’opera lirica sia per la scelta dei tessuti che per i dettagli. Cerco sempre di dare una “verità” anche al costume per il teatro lirico.

Il Castello di Kenilworth, Carmela Remigio e Jessica Pratt

Per il Donizetti Opera 2018 lei ha creato gli abiti della nuova produzione de “Il Castello di Kenilworth”, prima opera in cui Donizetti incontra la figura della regina Elisabetta, poi sviluppata in altri due capolavori. Come si è confrontata Ursula Patzak con il personaggio della sovrana inglese?

Esiste un’iconografia ben precisa di Elisabetta. La sovrana inglese è sempre descritta quasi come una scultura: abiti rigidi tempestati di gioielli, il viso truccato di bianco e una parrucca rossa. Ma sia nella ‘Maria Stuarda’ andata in scena al Teatro San Carlo con la regia di Andrea De Rosa che per il ‘Castello di Kenilworth’, abbiamo cercato di dare un’immagine più umana di Elisabetta, meno icona scultorea e più donna con un proprio sviluppo psicologico.

E con l’idea progettuale della regista Maria Pilar Perez?

Con Pilar abbiamo elaborato insieme un’ idea di Elisabetta inserita in un contesto storico realistico. Una giovane regina in abiti da viaggio che arriva al castello di Kenilworth, attesa dai sudditi. Poi una scena più giocosa e seducente con la regina in biancheria intima e vestaglia. Nel finale, un abito adatto agli appuntamenti ufficiali, molto sontuoso in oro e nero e il tipico collo elisabettiano. Una perfetta apparizione della regina davanti ai suoi sudditi!

Ne “Il castello di Kenilworth” sono presenti due primedonne: Jessica Pratt nel ruolo di Elisabetta e Carmela Remigio nel ruolo di Amelia. Si è rapportata con loro nella creazione dei due personaggi femminili?

Nel “Castello di Kenilworth” le due donne sono antagoniste. Amelia, giovane donna molto femminile e vittima della situazione.  Ho scelto per lei un’abito e un tessuto molto leggero, molto femminile per sottolineare la sua fragilità. Elisabetta, invece, appare nelle varie situazioni con abiti sontuosi, dal taglio tipico dell’epoca realizzati con velluti e sete preziose.

Quale pensa sia il futuro per il mondo dell’opera lirica?

Credo che l’opera lirica dovrebbe avvicinarsi di più ai giovani: essa è straordinaria ma appare sempre come spettacolo per privilegiati. Invece, andare a vedere l’opera lirica dovrebbe essere normale come andare al cinema! Secondo me, dovrebbe essere fatto un capillare lavoro di conoscenza dell’opera lirica in modo da dare ai giovani la possibilità di appassionarsi a questo meraviglioso spettacolo che è prima divertimento e dopo cultura!

 In copertina: Il castello di Kenilwort, Donizetti Opera 2018

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