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3 Dic

A country dream…in un libro italiano la parabola di Eric Andersen

Che cosa sia successo nel Greenwich Village tra gli anni ’50 e ’70, bene o male, lo sappiamo tutti. E ora che sono passati più di 50 anni magari si dovrebbe riavvolgere il nastro e mettere su carta, al di là delle ideologie, dei miti e delle fazioni culturali e musicali, la storia di una stupenda stagione di passione e creatività.
Se non fosse che potrebbe sembrare quasi “blasfemo”, si potrebbe affermare che il Greenwich Village di quei decenni fosse pari alla Firenze del Rinascimento. In pochi isolati si raccolsero scrittori, poeti, artisti visivi, musicisti, visionari provenienti dalle altre parti degli Stati Uniti e anche da fuori. Lì trovarono un terreno fertile per “ringiovanire” la cultura occidentale, mettendo un seme per travolgere molte barriere sociali e territoriali, eredità dei secoli precedenti.
I nomi che hanno frequentato il quartiere sono innumerevoli: Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Woody Allen, Dustin Hoffman, Al Pacino, Barbra Streisand, Andy Warhol, Joan Baez, Dave Van Ronk, Paul Simon, Art Garfunkel, Joni Mitchell, Fred Neil, Phil Ochs, Frank Zappa, Nina Simone, Lou Reed e Bob Dylan. Tra di loro si aggirava anche un altro personaggio, meno noto a molti, ma che ebbe modo al pari dei sopracitati di creare una traccia indelebile nella cultura musicale dell’epoca: Eric Andersen. Originario di Pittsburgh (Pennsylvania), arrivò nel Village a metà degli anni ’60, divenendo da subito un punto di riferimento per gli altri artisti. Ma, contrariamente alla sua importanza, ad Andersen non è mai stato dedicato un libro. A questa pecca sopperiscono due autori italiani, Paolo Vites e Roberto “Jacksie” Saetti, che hanno scritto il volume Ghosts Uppon The Road, dove il singer songwriter statunitense viene raccontato, in modo approfondito, attraverso i suoi dischi; ospitando anche un’introduzione dello stesso Andersen.
Per capire meglio l’importanza del personaggio abbiamo posto alcune domande a Paolo Vites, giornalista, critico e storico della popular music.

Chi è Eric Andersen e per quale motivo fino ad ora non è mai stato scritto un libro su di lui?
«Eric Andersen è uno dei massimi singer/songwriter di sempre, un gradino sotto Bob Dylan. Per una serie di motivi, equamente divisi tra sfortuna e una certa pigrizia personale, non ha mai goduto del successo commerciale che merita, tranne nel breve periodo a inizio anni ‘70 quando uscì l’album Blue River. In breve è diventato un artista di culto, su cui nessuna casa editrice ritiene investire. Ma d’altro canto, circa vent’anni fa, una importante casa editrice italiana respinse la mia proposta di tradurre l’autobiografia di Levon Helm, leader di The Band, forse il più importante gruppo rock, perché “poco commerciabile”».

In che modo tu e Saetti avete deciso di colmare questo buco narrativo?
«Nel modo più semplice; sia per il fatto che, come sempre in questi casi, abbiamo lavorato nel nostro (poco) tempo libero, che perché sentivamo l’importanza di riproporre tutto il suo catalogo discografico, in gran parte sconosciuto ai più. Così abbiamo deciso di fare il classico libro “disco per disco”, ma anche con molte testimonianze sue e di suoi collaboratori».

Nelle canzoni di Andersen ci sono stati sempre riferimenti letterari, soprattutto di scrittori europei, da cosa deriva questo suo attaccamento alla cultura del Vecchio Continente?
«È una tradizione americana, da Hemingway a Henry Miller e tanti altri. Pensiamo al successo di cui gode un regista americano come Woody Allen in Europa, mentre è quasi ignorato in America. Gli europei sanno riconoscere meglio degli americani i loro grandi artisti, che qui trovano corrispondenza e riconoscimento».

In un mercato musicale dove l’effimero la fa da padrone, le ultime scelte artistiche di Andersen vanno contro corrente. Camus, Böll, Byron: non ti sembra che siano un po’ troppo snob?
«Forse, tre dischi consecutivi dedicati ad altrettanti scrittori sono troppi, ma a questo punto della sua carriera si sta togliendo delle soddisfazioni personali. Ed è un esperimento molto affascinante che finora ben pochi altri artisti hanno provato a fare».

La stagione dei folksinger del Greenwich Village ormai ha più di 50 anni. I protagonisti di allora, almeno quelli che sono sopravvissuti, non si sono mai visti come “combat singer” preferendo con il tempo un percorso culturale a quello politico. Andersen ne è l’esempio. Come ti spieghi un atteggiamento del genere?
«È qualcosa che è successo anche nella società. Di fatto i cantautori e gli artisti rock hanno raccontato quello che succedeva, la lotta per i diritti civili, la guerra in Vietnam. Quando poi queste tensioni sociali sono cadute per vari motivi, anche loro hanno seguito lo stesso percorso, dedicandosi all’analisi dei rapporti personali. Divenne la generazione del ritiro nel privato, del riflusso, come in Italia successe negli anni ‘80».

Dylan è stato l’esponente massimo della cultura nata nel Greenwich Village di New York, quanto è rimasto di quella eredità?
«Quasi nulla. A fine anni ‘80 e primi anni ‘90 ci fu una generazione di nuovi cantautori molto interessante e vivace, da Tracy Chapman a Sheryl Crow, da Suzanne Vega e altri, ma oggi non si vedono cantautori interessanti, solo fotocopie di fotocopie».

Con il Nobel a Dylan si è sdoganato ai più alti livelli un mondo letterario “parallelo”, quanto l’ambiente del Greenwich Village degli anni ‘60 ha contribuito al conferimento del premio? Oppure secondo te è tutta opera di Dylan?
«Bob Dylan è stato sicuramente il migliore di tutti a usare le parole, ma non certo il solo. Paul Simon, che cominciò anche lui al Greenwich, è uno straordinario autore, e anche Eric Andersen ha svolto il suo ruolo, includendo elementi della poesia romantica francese nel linguaggio delle canzoni. Non dimentichiamo che Leonard Cohen, il vero “poeta della canzone” decise di passare alla musica dopo aver ascoltato Violets of dawn di Andersen. Il Greenwich di quel periodo storico era una fucina di talenti che stavano esplodendo in contemporanea. Forse anche Dylan non sarebbe stato quello che è stato fuori di quell’ambiente».

Il percorso artistico di Andersen ha attraversato quasi 6 decenni. In esso si possono individuare delle tappe fondamentali? E nel contempo si può individuare un legame continuativo nella sua produzione?
«Il legame continuativo è il tema delle sue canzoni: esplorare tutti gli aspetti delle relazioni uomo/donna o comunque affettivi, una sorta di sfida e di guerra, un modo per conoscere intimamente se stessi. Dal punto di vista musicale è stato uno dei protagonisti del folk revival negli anni ‘60; dei singer songwriter negli anni ‘70 cosa che è ancora adesso».

Andersen già da tempo ha deciso di vivere in Europa. Tu che lo conosci bene hai potuto capire quale sono state le motivazioni per aver abbandonato New York e gli Stati Uniti?
«In Europa ha trovato un pubblico che in America non aveva più e soprattutto due mogli e quattro figli…».

Andersen ha insegnato molto alle generazioni che l’hanno seguito, chi sono i suoi adepti che più hanno avuto successo? E chi avrebbe meritato tra quelli che non ce l’hanno fatta?
«Difficile dire chi ha seguito chi, quel mondo è legato fra di sé, ognuno influenza l’altro. Sicuramente John Gorka, cantautore che ha esordito negli anni ‘80 e ha anche inciso una bella cover di Thristy Boots. Negli anni ‘60 e ‘70 David Blue, che non ha mai avuto il riconoscimento meritato anche se incise un brano ripreso dagli Eagles che divenne una hit grazie a loro, fino alla morte prematura».

Per finire: tre dischi da consigliare per conoscere Andersen. E quale è il tuo preferito?
«Il mio preferito è Stages: The Lost Album, quello in cui dal punto di vista compositivo e lirico tocca il suo vertice. Tre dischi consigliati: ‘Bout Changes and Things, Stages, Ghosts upon the road».

In copertina: Eric Andersen fotografato da Paolo Brillo

(Il libro non è distribuito nei negozi, per acquistarlo scrivere a vitespaolo@gmail.com o jacksie1956@gmail.com)

 

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