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5 Nov

La “saga” di Gian Franco Ricci Albergotti

Scrive a penna. “Rigorosamente una Montblanc – spiega, mentre amabilmente fa gli onori di casa e conversa nel bel salotto della sua abitazione padronale in pieno centro ad Arezzo – Perché corre alla velocità del mio pensiero, che così non si incespica”.

Gian Franco Ricci Albergotti. È rigoroso e vigoroso questo avvocato della signorile Arezzo, quella per intenderci dello stesso Licio Gelli, di cui è stato legale. La via del Foro e una trentina d’anni ad insegnare diritto processuale alla Facoltà di Bologna, laddove lui stesso si laureò. Ed ora, affianco alla carriera universitaria cui pare non voler ancora rinunciare (prossima meta la Sapienza), ecco il successo in veste di romanziere. Un fluire di trama e di prosa in cui davvero pare non avere indugi. Tenendo le redini narrative di personaggi che dipanano le loro vicende, non solo tra le tante pagine di un primo volume già edito con il titolo di Quetzal, ma anche in fieri, nel sequel dei due romanzi a venire, Miramar e Chan Santa Cruz. Amalgamando senza difficoltà l’approfondimento storico degli episodi relativi alla colonizzazione spagnola del Messico di quegli anni, con le storie di pura fantasia che hanno preso ispirazione in lui dalle tante dotte letture e dalle molteplici passioni culturali, non ultima la musica.

“Sono ossessionato dalla forma, dal bello scrivere – rivela, quando gli domandiamo come possa venirgli così naturale il possedere con tanta padronanza e naturalezza questo nuovo mestiere – Ho letto tanti classici francesi, che adoro: da François Rabelais a Théophile Gautier, da Alphonse Daudet a Stendhal. Scritture che fanno accapponare la pelle nella loro eleganza espressiva. E poi ho scritto tanto, tanti libri di diritto sino ad ora. Questo mi ha allenato alla precisione, alla logica, all’ordine e alla comparazione. Così quando ho trovato il primo episodio, tutto il resto si è succeduto a catena. Come un fiume in piena, è stato facile. Com’è il “legato” nella musica, così è in letteratura. E stato così per me. Quando ho finito di scrivere Quetzal, già immaginavo una cinepresa che da distante si avvicina alla tenuta de’ La Luz, come nei titoli di testa di un film…”

Ecco allora che, seguendo la traccia di alcune nostre domande, Gian Franco Ricci Albergotti ci conduce alla scoperta dei suoi scritti, che presto – appunto, ci anticipa – verrano tradotti in pellicola. Nientedimeno che, come serial televisivo prodotto da Gianni Bozzacchi: questo il suo annuncio.

(avvertenza: la seguente intervista contiene spoiler della trama dei romanzi)

Come ha avuto tutto inizio?

Quetzal è uscito per la prima volta sul mercato americano lo scorso anno, nel 2016, per l’editore Xlibris in lingua inglese, ed entro il 2017 sarà edito anche in Italia. Il titolo prende il nome da un uccello mitico che vive nelle foreste guatemalteche. Si dice che, se catturato e tenuto in cattività, questo muoia il giorno dopo. Quetzal vuole allora rappresentare la libertà assoluta, come simbolo della redenzione gli antichi Maya dallo stato di schiavitù imposto loro in Messico dai colonizzatori spagnoli. Mi sono infatti ispirato proprio a questo vicende, quando – preparandomi ad un viaggio in Messico attraverso molte letture – approdai alla notizia della battaglia, nella prima metà del 1800, in cui l’esercito composto di indios, armato e mandato a combattere contro le truppe americane, invece di sparare al nemico si rivoltò contro i padroni, liberandosi dallo stato di schiavitù in cui versava e prendendo possesso della capitale dello Yucatan all’incirca per un anno, finché gli indios non vollero far ritorno ai propri campi e vennero nel tragitto sterminati dai messicani. Non riuscivo a togliermi dalla testa questa vicenda, e attorno a questo fatto storico ho costruito la mia storia, rendendo la tenuta aristocratica de’ La Luz, il fulcro del romanzo. Attorno a questa casa, ruota la vita dei tre personaggi principali. Don Hernando Gutierrez, il vedovo a capo della famiglia, colui che ha un buon rapporto con gli indios. Al contrario di sua sorella, Doña Asuntión, bella donna di una certa età, dura come il nome che porta. Con loro, il nipote Ramón, un giovane dedito al divertimento, attorno al quale, a loro volta, si avvicendano le figure di tre donne. Consuelo, la fidanzata ufficiale. Una indios bellissima, con cui egli ha rapporti furtivi nella foresta. E infine la ragazza americana a capo della delegazione del suo Paese, venuta a trattare in termini economici per evitare il combattimento ormai prossimo. Un incontro di diversità, quella americana e quella messicana, che è anche rappresentato nelle due bandiere in copertina del volume. Attraverso un lungo percorso formativo, che è anche un viaggio attraverso quelle terre, tra poveri e signori, Ramón giungerà a maturare come personaggio fondamentale della storia, salvando la famiglia Gutierrez, laddove il romanzo chiuderà con la nascita del Messico Nuovo e la celebrazione del primo indio presidente, Benito Juarez.

Ma le vicende di Ramón non possono dirsi affatto concluse…

Niente affatto. Poiché il suo personaggio si innesta con un ruolo chiave anche nel mio secondo romanzo, Miramar – in uscita in America proprio in questi giorni – che procede raccontando la vicenda secondo la quale, con l’appoggio di Napoleone III, venne offerta la corona del Messico a Massimiliano d’Asburgo. Colui che appunto fece costruire il Castello di Miramare a Trieste attorno al 1855 e a cui Carducci dedica l’omonima poesia Miramar. Fratello di Francesco Giuseppe, Imperatore d’Austria, e sposo di Carlotta del Belgio (che, nel romanzo, si sveglia madida di sudore da una notte di funesto presagio). Poiché Massimiliano chiede d’esser consigliato in loco, da un aristocratico fuori dagli schemi, ecco entrare in gioco Ramón che, morto nel frattempo il padre, è diventato proprietario de’ La Luz. Come amico fidato, egli parte dunque per stendere un rapporto su quelle terre da consegnare all’Asburgo e così conosce la povertà in cui versano gli indios. Cogliendo in Massimiliano un uomo perbene, Ramón cercherà di istradare l’amico alla comprensione di come sia meglio che il Messico si governi da solo, senza intrusioni. Ma nel frattempo, visto il malcontento dei francesi, Napoleone III ritirerà il supporto delle proprie truppe a Massimiliano, che resterà senza il supporto di un esercito. Di qui, il romanzo si biforca: i due uomini in Messico e le loro due donne in giro per l’Europa a chieder aiuto, Pontefice compreso. Il libro si conclude con la fucilazione, eroica, con cui perde  la vita Massimiliano. La trilogia approda quindi a Chan Santa Cruz con un Ramón ormai cinquantenne, tornato a La Luz. Il romanzo prende il titolo dall’omonima terra che venne data data ai Maya e che porta con sé la leggenda della “piccola croce parlante”, secondo cui si dice che il Dio incitò gli indios al massacro dei bianchi di Tepic. Qui, nell’ultimo capitolo, Ramón, nonostante l’età, è alle prese con una scena d’amore. Sto terminando di scrivere in questo periodo, ma gli americani mi chiedono di esplicitare un po’ troppo alcuni particolari, amano scene di sesso troppo spinte per i miei gusti.

Entro quest’anno dunque l’impegno a consegnare il terzo romanzo, e poi che altro?

Un contratto televisivo. Sto concludendo le trattative per un serial televisivo con un’importante rete. Al  momento ho assunto dei pre-sceneggiatori, di modo che possano essere scadenzate le puntate e si riesca a stimare in modo abbastanza preciso il budget necessario per realizzarlo. Produttore sarà il mio amico Gianni Bozzacchi, il celebre fotografo personale di Liz Taylor e di tante altre meravigliose attrici, con la sua Triworld Cinema, la casa di produzione italoamericana che, per intenderci, ha già prodotto il film biografico su Enzo Ferrari con Robert De Niro.

 

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