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21 Gen

Letizia Battaglia. Per pura passione.

Al Maxxi di Roma in antologica, tutto il peso sociale e politico della fotografa italiana

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Shobha, Ritratto di Letizia Battaglia, Courtesy l’artista

Caschetto e frangia rossa militanti, Letizia Battaglia da più di ottant’anni si è tagliata addosso quel suo cognome come una predeterminazione.
Ma la mafia è solo una parte della sua Palermo. Della sua fotografia. Della sua vita. Accanto a questa sua battaglia, appunto, che l’ha resa nota al mondo intero come “la fotografa della mafia”, hanno trovato sede al Maxxi di Roma – stupendo spazio espositivo progettato dall’architetto Zaha Hadid – oltre quarantanni di carriera. Quarantanni di testimonianze e suggestioni che sono scatti, sì di “morti ammazzati” e di mafiosi, ma anche di donne e bambini dei quartieri popolari, come della borghesia e nobiltà cittadina. Sono provini con indicazioni autografe per la stampa, schede di archivio, video, riviste e libri, che ripercorrono la nostra storia e mettono in luce la sua. Quella di una donna, sempre impegnata e attenta, un’acuta osservatrice in grado di restituire, anche a distanza di tempo e contesti, il vero. La realtà che il suo sguardo ha saputo cogliere in un solenne bianco e nero.

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“La bambina con il pallone, quartiere la Cala”, Palermo 1980, Courtesy l’artista

Palermitana, classe 1935, Letizia sposa Franco Stagnitta a sedici anni e diviene madre di tre figlie. Con il successivo partner Santi Caleca impugna per la prima volta una macchina fotografica. Dai primi anni Settanta diverrà quello il suo lavoro, al fianco dell’allora compagno di vita e collega, Franco Zecchin, con cui fonda il Laboratorio d’Informazione Fotografica. Fotoreporter a Milano e nella sua Palermo, esordisce sul quotidiano L’Ora di Palermo (con un servizio sulla prostituta Enza Montoro) e vi collaborerà per oltre vent’anni. Suoi i ritratti a Pier Paolo Pasolini al Circolo Turati di Milano, così come a Dario Fo e Franca Rame durante l’occupazione della Palazzina Liberty. Suoi gli scatti ai processi politici, sulla seconda guerra di mafia e la “Primavera di Palermo”. Quindi la pubblicazione di riviste – Fotografia, GrandeVù e Mezzocielo (per donne, fatta da donne) – e il progetto di saggi e pamphlet con Edizioni della battaglia. I laboratori e gli spettacoli teatrali di cui è regista: Il pianto della Madonna di Jacopone da Todi e Uccidiamo il chiaro di luna. Una serata futurista. I ritratti ai pazienti dell’Ospedale Psichiatrico di via Pindemonte a Palermo.
Da queste prime sale, la mostra Letizia Battaglia. Per pura passione – curata da Paolo Falcone, Margherita Guccione e Bartolomeo Pietromarchi – si apre così all’Anthologia, un percorso espositivo tra oltre 120 fotografie, in formato 66×100 appese dall’alto, “tra icone e scatti meno noti”. Dall’arresto del boss Leoluca Bagarella alla foto che ritrae Giulio Andreotti con il mafioso Nino Salvo e che fu portata come capo d’accusa al processo contro l’esponente Dc. Giudici colpiti da killer, bambini che impugnano armi, comizi di partito, poliziotti, omicidi, funerali e carceri. E poi donne. Dalla vedova dell’agente Schifani di scorta al giudice Falcone, alla sposa ricca che inciampa sul velo. E bambine. Con il pallone, con la conchiglia…
Donna che sa mostrar le donne, Letizia non a caso è la prima fotografa europea a ricevere, nel 1985 a New York, lo Smith Award del Life per la fotografia sociale, premio a cui sono seguiti numerosi altri riconoscimenti mondiali al suo impegno e alla sua bravura. Un’empatia che si fa tramite di conoscenza. Non a caso per lei si deve “fotografare tutto sempre da molto vicino, a distanza di un cazzotto o di una carezza”.

Per averne migliore e più vicino impatto, c’è tempo fino al 17 aprile, presso il MAXXI, in Via Guido Reni 4/A a Roma – www.fondazionemaxxi.it – tel. 06.3201954.

(In evidenza: ” Nella spiaggia della Arenella la festa è finita”, Palermo, 1986. Courtesy l’artista)

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