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17 Giu

Da Canova a Byron, l’ultima gloria di Venezia

Fra poco vedremo i nostri Cavalli, i nostri quadri, i nostri manoscritti da Parigi tornare a Venezia, col nostro Leone. (Leopoldo Cicognara)

Un mostra celebra, fino all’8 luglio, il bicentenario delle Gallerie dell’Accademia, e il suo Presidente Leopoldo Cicognara, che con sensibilità e dedizione contribuì al prestigio della scuola veneta e alla salvaguardia del patrimonio artistico cittadino. Uno spaccato del clima culturale di Venezia, che affascinò anche Lord Byron.

Antonio Canova, La musa Polimnia 1812-1817 Vienna, Bundesmobilienverwaltung, Hofburg, Kaiserappartements Ph. Sascha Riege

VENEZIA. Ridimensionata politicamente dal Trattato di Campoformio che nell’ottobre del 1797 la ridusse a provincia dell’Impero Austroungarico, Venezia mantenne tuttavia ancora per qualche tempo il suo rango di città culturale, della grazia e della bellezza. E riuscì a farlo anche grazie alla presenza di persone competenti come il conte ferrarese Francesco Leopoldo Cicognara, un eminente erudito, un raffinato uomo di cultura e intenditore d’arte che, nominato presidente dell’Accademia di Belle Arti, s’impegnò a fondo per il suo buon funzionamento, ma soprattutto riportò in città un vivace clima artistico, chiamando a lavorarvi i nomi più rappresentativi dell’epoca. Quell’ultima epoca di splendore veneziano è in gran parte dovuta al suo operato, cui rende omaggio la mostra Canova, Hayez, Cicognara. L’ultima gloria di Venezia, a cura di Fernando Mazzocca, Paola Marini, Roberto De Feo. Per intendere il ruolo di Cicognara all’interno dell’Accademia, bisogna sapere che lo Statuto Napoleonico per le Accademie Nazionali di Belle Arti – rimasto in vigore anche dopo il passaggio di Venezia all’Austria -, prevedeva già all’epoca la figura del supermanager (cui è poi arrivata anche la Riforma Franceschini) scelto su base meritocratica e dotata di ampi poteri decisionali. Cicognara era stato scelto nel 1808 per la sua competenza in materia, documentata dalla stesura di una ponderosa Storia della Scultura, della quale sono esposte la prima edizione apparsa a Venezia nel 1813, e la seconda apparsa a Prato, per i tipi di Giachetti, nel 1823; a rendere notevole l’opera, aggiornamenti metodologici e la riproduzione delle immagini dei monumenti. L’ultimo volume è dedicato a Canova, che Cicognara considerava il principe degli scultori, e del quale fu molto amico.

Francesco Hayez, Rinaldo e Armida, 1812-1813, Venezia, Gallerie dell’Accademia (part.)

La mostra si apre con un momento altamente simbolico, ovvero il ritorno dei celebri Cavalli di San Marco, un momento importante per il prestigio della città che si vedeva restituire le prede belliche fatte da Napoleone I nel 1798; stampe e dipinti immortalarono questo memorabile evento, dalla solennità militare di Vincenzo Chilone, alla fastosità dei cortei nobiliari di Johann Nepomuk Höchle. In questo nuovo clima di parziale entusiasmo si sviluppò il lavoro di Cicognara, che dopo aver riorganizzata l’Accademia si occupò della città, commissionando a un giovane Francesco Hayez le decorazioni di Palazzo Reale presso le Procuratie Nuove, e un ciclo di affreschi per le sale della Borsa a Palazzo Ducale. La stima per il pittore non si fermò agli incarichi ufficiali, poiché Cicognara gli commissionò un ritratto familiare di grandi dimensioni, visibile in mostra, e che ancora risponde ai canoni settecenteschi, in particolare nella foggia degli abiti.

Questa interessante mostra documentaria è strumento per conoscere anche altri personaggi della città di Venezia che coltivarono in vita la passione per l’arte, retaggio della grande tradizione dogale dei secoli precedenti. Uno di questi gentiluomini estimatori del bello, fu Giuseppe Bossi, la cui collezione di disegni spaziava dal Quattrocento all’Ottocento, annoverando artisti quali Benozzo Gozzoli, Leonardo, seguaci di Raffaello, Mengs, Quarenghi. Al momento della scomparsa di Bossi, nel 1815, la collezione fu acquistata dall’abate Luigi Celotti, ma nel 1822 l’acuto Cicognara si mosse in prima persona per far sì che questo importante patrimonio entrasse nelle disponibilità dell’Accademia, così da poter essere studiato dagli allievi, ma soprattutto rimanere un bene pubblico a disposizione di tutti. Cicognara intervenne anche presso l’Imperatore Francesco I, il quale si dimostrò delle medesime vedute del suo “dipendente”, e anche in virtù di questo sostegno, Canova lo omaggiò di un colossale busto in marmo, visibile in mostra. La quale è anche occasione per ricostruire il ruolo di protettrice delle arti che la politica di Vienna ebbe all’epoca.

La scultura gioca un ruolo di primo piano, ed emerge la figura di Antonio Canova (1757-1822), indiscusso protagonista con i suoi capolavori, quali la Testa ideale di Beatrice, il Busto di Francesco I d’Austria, e la magnifica Musa Polimnia, inclusa nell’omaggio che le Provincie Venete inviarono a Corte in occasione del matrimonio di Francesco I con Carolina Augusta di Baviera. La scena scultorea veneta è documentata anche dalla presenza di altri artisti, quali ad esempio Bartolomeo Ferrari e Rinaldo Rinaldi, ma il loro tratto è assai più statico e accademico rispetto al Canova.

Francesco Hayez, Ritratto della famiglia Cicognara, con il busto colossale di Antonio Canova, 1816-1817 Venezia, collezione privata

Il quadro è completato da pregevoli vedute dipinte o a stampa della Venezia dell’epoca, il cui clima culturale era ancora vivace: i salotti mondani e l’avvenenza delle nobildonne veneziane, fecero sì che anche Lord George Byron eleggesse la Serenissima a suo luogo di soggiorno dal novembre 1816 al dicembre 1819; oltre a gradevoli avventure sentimentali, Byron trovò a Venezia quell’atmosfera di romantica decadenza che permeò molte delle sue opere, dal Don Juan al Marin Faliero. Raffinato esteta, anche Byron aveva ceduto al fascino delle sculture di Canova, in particolare del Busto di Elena. A raccontare il periodo veneziano di Byron, il suo busto scolpito da Thorvaldsen, quello della giovanissima amante Teresa Gamba Guiccioli, realizzato da Lorenzo Bartolini, oltre a quello di Isabella Teotochi Albrizzi, animatrice del salotto letterario frequentato da Byron.

La mostra si chiude con l’anno 1822, che segnò la scomparsa di Antonio Canova, la cui fama aveva raggiunto tali altezze che gli venne dedicato un imponente monumento funebre ai Frari – del quale sono visibili i bozzetti. Alcuni dipinti di Giuseppe Borsato documentano il culto e l’affetto di cui la città circondò il grande scultore al momento della scomparsa. Venezia perdeva il suo scettro di capitale culturale, anche perché l’anno successivo Hayez lasciava la Laguna per trasferirsi a Milano, dove avrebbe contribuito al Romanticismo, di cui però aveva gettate la basi in Veneto, come racconta la sezione della mostra a lui dedicata: dagli esordi di pittura storico-accademica, ai primi palpiti emotivi che porteranno al capolavoro del Bacio.

(In copertina, Sala Canova, © Matteo De Fina)

 

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