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23 Feb

Dopo l’URSS, it’s OK to change your mind!

Dipinti, fotografie, sculture e istallazioni di ventuno artisti russi contemporanei raccontano il clima artistico degli anni Duemila nella controversa Russia di Vladimir Putin. Innegabile vitalità creativa, scarsa verve critica nei confronti del Paese e della sua politica. È It’s OK to change your mind!, la mostra curata da Lorenzo Balbi e Suad Garayeva-Maleki, al MAMbo, Villa delle Rose, fino al 18 marzo 2018.

Pavel Pepperstein, For the Blue Headscarf!, 2011

BOLOGNA.  A un secolo dalla Rivoluzione d’Ottobre, e dopo 25 anni dalla sua rovinosa fine, in Russia la scena artistica è quanto mai fluida, stretta fra la necessità di conoscere e conservare un passato controverso fatto di splendori e miserie, e la necessità di aprirsi alle esperienze artistiche contemporanee, attraverso le quali provare a raccontare una società e un Paese il cui rapporto con la democrazia non è ancora maturo, e le sperequazioni sociali sono ancora molto profonde. Oltre che con questa non facile situazione logistica, l’arte contemporanea russa deve lottare ogni giorno per acquisire la piena coscienza del suo potenziale, come già da decenni sono riuscite a fare l’arte contemporanea americana e buona parte di quella europea; in conseguenza di questa “timidezza congenita”, gli artisti russi stentano a farsi conoscere nel resto del mondo; per questa ragione, la mostra bolognese è l’importante occasione per osservarne un ampio spaccato, con opere provenienti dalla collezione privata del colosso bancario Gazprombank, terza banca in Russia per volume d’affari e capitale interno, e controllata interamente dallo Stato (leggasi Putin).

Seppure in maniera meno ufficiale e smaccata di quanto accada in Cina, anche in Russia esiste l’arte di Stato, poco rischioso filone cui appartengono anche i ventuno artisti che espongono a Bologna. I pregi estetici non mancano, così come la ricerca e la sperimentazione di varie tecniche creative.

Poetica la pittura di Victor Alimpiev (1973), che esalta il lato “mistico” del colore sulla superficie monocroma appena mossa da figure astratte che potrebbero essere elementi naturali, come fiori o brandelli di nuvole. La tela diviene un placido mare di colore dove lo sguardo affonda dolcemente, in un’atmosfera che ricorda certe opere di Kandinsky.

Alexandra Galkina, Lipstick, 2009

Il retaggio della storia recente del secondo Novecento è un peso ancora fortemente avvertito, e Pavel Pepperstein (1966) riflette ironicamente sulla distanza che si è creata fra URSS e Paesi occidentali (in questo caso la Gran Bretagna), negli anni della Guerra Fredda, nonostante la comune battaglia contro il nazismo dal 1941 al 1945. Nostalgico della cortina di ferro pare essere Mikhail Roanov (1973), il quale nel suo reportage fotografico fra i particolari architettonici degli edifici di dubbio gusto eretti da Stalin per motivi di propaganda, sembra esaltare l’immagine del Paese dove il socialismo trionfò nel 1917; in realtà a trionfare, lo dimostra la storia, fu una sanguinaria dittatura che, da Stalin a Gorbacev, ha causato milioni di morti, sia direttamente con le epurazioni e i gulag, sia indirettamente attraverso il misero tenore di vita che il “Paese della libertà” garantiva ai suoi cittadini. L’architettura è oggetto d’indagine anche per Alexandra Galkina (1982), la cui pittura richiama direttamente la corrente suprematista degli anni Venti, risposta sovietica alle avanguardie europee che ebbe numerose donne fra le sue esponenti. Il loro esempio è ripreso da Galkina, che trasferisce sulla tela la frivola femminilità russa contemporanea, utilizzando però le forme architettoniche del razionalismo; il suo Lipstick ricorda infatti uno dei tanti grattacieli che deturpano il panorama dell’antica Mosca zarista, ma soprattutto vuole essere un simbolo della presenza delle donne nella società russa, la quale, come purtroppo quella italiana, non ha compiuto molti passi avanti nella lotta alla violenza di genere. Un sapore di scenografia teatrale avvolge le fotografie di Sergey Sapozhnikov (1984), dove oggetti fra loro incongrui e stridenti creano accostamenti e prospettive inedite, sorprendenti, forse metafora della nuova società russa, dove gli oligarchi di ieri, che a ragion di logica niente avrebbero dovuto avere a che fare con il nuovo corso democratico, sono ancora ben presenti nella vita politica del Paese.

Daria Irincheeva, Empty Knowledge, 2011-12

Da parte sua, Daria Irincheeva (1987) compie un’operazione di recupero dell’editoria sovietica, a livello di manualistica, guide turistiche, opuscoli politici eccetera, che dipinge nelle sue tele. Fonti oggi non più utilizzabili per l’informazione, e che hanno assunto carattere di “reperto” storico. Un lavoro pittorico dal sapore museale, ma interessante perché ci ricorda l’importanza della conservazione dei documenti, ufficiali o no, per scrivere la storia in maniera oggettiva.

Nonostante la varietà di tecniche artistiche, a colpire, anzi a deludere, è a nostro parere la generale leggerezza concettuale e civile dell’arte contemporanea russa, che non sente la necessità di confrontarsi con il presente; gli unici riferimenti politici sono fatti al passato, come se il regime di Putin non fosse esente da colpe e nefandezze. La tematica ambientale è completamente assente, nonostante i gravi problemi che la Russia sta affrontando a livello di inquinamento e devastazione delle aree naturali. Anche se dagli artisti non è lecito pretendere un impegno politico continuo, è però doveroso ricordare come sia anche compito degli esponenti del mondo culturale sensibilizzare l’opinione pubblica sulle problematiche della società. Circa la metà degli artisti della mostra ha vissuto almeno trent’anni della sua vita sotto il regime comunista, mentre gli altri vi hanno trascorso appena qualche anno dell’infanzia, essendo nati negli anni Ottanta; nessuna di queste generazioni sembra invece interessata a far sentire la propria voce.

In copertina: Olga Chernysheva, Waiting for the Miracle, 2000

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