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29 Gen

Eleganza e sensualità nella pittura di Luigi Busi

La città di Bologna riscopre l’eleganza pittorica di Luigi Busi, artista a torto dimenticato ma esponente di una pittura elegante e documentaria insieme. Quaranta opere in una mostra organizzata dall’Associazione Bologna per le Arti  e curata da Stella Ingino. A Palazzo d’Accursio, fino al 18 maggio 2018.

BOLOGNA. Nella compassata e conservatrice atmosfera dello Stato della Chiesa del primo Ottocento, anche in conseguenza della Restaurazione, l’arte non aveva particolare slancio, ed era confinata perlopiù allo storicismo dal rigoroso impianto accademico. A scuotere la polvere da quell’ambiente sussiegoso contribuì in maniera sostanziale il pittore Luigi Busi (1837-1884), cui solo la prematura scomparsa ha negato una carriera ancora più brillante.

Giacobbe e Rachele, 1855, collezione privata

La formazione accademica di Busi passa per il Collegio Artistico Venturoli – dove è allievo di Serrazanetti – e l’Accademia di Belle Arti, dove segue i corsi di Clemente Alberi e Napoleone Angiolini. Ai quali non sfugge il talento del giovane, di cui apprezzano la diligenza. L’esordio ufficiale è assai precoce, appena diciotto anni,  con Giacobbe e Rachele (1855), esposto alla Protettrice di quel medesimo anno; in questa tela dal sapore fra storico e biblico, già si ravvisa l’attenzione di Busi per la donna e la sua sensuale eleganza; nell’avvenenza del volto di Rachele, appena sorridente e sensuale come un’odalisca, si scorge infatti quella grazia femminile che caratterizzerà la pittura orientalista di Fabbri e Induno; una grazia che emerge anche nella morbida tunica drappeggiata sul corpo snello dalla pelle setosa, e nello “sbarazzino” movimento della gamba sinistra, quasi l’accenno di un passo di danza. Di lì a poco la pittura di Busi evolverà nella rappresentazione della borghesia, con particolare attenzione al gentil sesso, ma seguirà anche il sentiero del soggetto storico e allegorico, questi ultimi in particolare per le committenze pubbliche che riceve dalla città di Bologna.

Cavour e Minghetti, 1866, Museo Civico del Risorgimento di Bologna

Per le sue qualità di pittore storico, beneficia di un sussidio del collegio bolognese in cui ha studiato, e ha la possibilità di compiere un viaggio di studio a Firenze, dove può ammirare le opere dei Macchiaioli e della scuola naturalista toscana. Pur producendo ancora dipinti storici, la sua attenzione si concentra sul mondo borghese, quello della nuova Italia che sta nascendo,e  della quale ha seguito con favore i moti risorgimentali. Nel suo autoritratto del 1860, Busi ha appena ventitre anni, ma è già un giovane uomo dall’aria elegante, con barba e baffi ben curati portati alla maniera di Vittorio Emanuele II, che denotano la sua adesione morale al Risorgimento; adesione ribadita dal doppio ritratto di Camillo Benso di Cavour e Marco Minghetti, stratega politico dell’Unità il primo, esponente della destra liberale bolognese il secondo, che ricoprì importanti ministeri con e dopo Cavour. Ritratti in un momento di pausa dai lavori parlamentari, i due uomini politici non abbandonano comunque la loro gravità, Erano i volti della nuova Italia che si scrollava via secoli di dominazioni straniere. Un’Italia in cui comincia ad affermarsi il ceto borghese, che Busi racconta con eleganza e occasionale ironia: a tal proposito, non è affatto banale lo sguardo sottile con cui considera la vita, esplicitato in particolare nel dipinto Conseguenze di un matrimonio celebrato col solo rito religioso (1875), in cui Busi, di idee laiche e liberali, irride bonariamente la noia e la confusione domestica che sottendono al matrimonio conseguito rimanendo ligi ai dettami ecclesiastici; un dipinto che si pone sulla scia delle scenette di Hogharth, anche se Busi affianca la visione sociale a quella di un moderato laicismo. Ma ciò non gli impedì di eseguire anche dipinti a soggetto religioso, sempre calandoli nella realtà dell’individuo. Il martirio dei Santi Vitale e Agricola (1873), posto nell’omonima chiesa bolognese, si discosta dalla pittura sacra locale per la sua marcata vena verista.

Ma, dicevamo, la cifra di Busi sta nella scena borghese, nel ritratto femminile, e, pur seguace di una pittura legata al dato di realtà, la sua tela non è mai intrisa di retorica, staticità, convenzione, anzi vibra di eleganza, di sensualità, di velato mistero; al punto che la sensibilità con cui sa fermare sulla tela la bellezza e la grazia femminili anticipano Giovanni Boldini e Lino Selvatico; Busi esprime una mondanità meno marcata, è più attento alla dimensione domestica, ma ciò non gli impedisce appunto di soffermarsi sulla bellezza femminile.

Gioie materne, 1884, collezione privata

Gioie materne è un’opera tenera ed elegante insieme, ritrae una madre nell’atto di giocare con il figlio di pochi mesi che tiene amorevolmente in grembo; la giocosità della scena è arricchita dagli sguardi carezzevoli e divertiti della madre e della giovane donna al suo fianco, probabilmente la sorella. Nella tela si ritrova anche la fascinazione dell’epoca per l’Oriente, leggibile nell’elegante paravento in legno laccato, decorato a motivi dorati, così come nello stupendo tessuto che decora la parete con i suoi colorati soggetti naturali.

Ancora le donne protagoniste di Tutti hanno il loro nido – dal poetico titolo naturalista -, ritratte nel corso di una passeggiata campestre; lo stile pittorico si avvicina a quello dei Macchiaioli – in particolare Lega e Signorini -, per il predominare di tonalità scure e il disegno dai contorni non perfettamente delineati.

Un’opera che denota l’attenzione di Busi alle correnti artistiche contemporanee, e che arricchisce la sua produzione fra mondano e naturalista. Un pittore elegante, poetico, rappresentativo di quell’Italia liberale raccontata da scrittori come De Roberto, Nievo, De Marchi; riscoprirlo oggi, a distanza di quasi un secolo e mezzo dalla scomparsa, significa ripercorrere una pagina culturale post-unitaria, quando il nostro Paese era alla ricerca di un’identità nazionale; e appunto, anche gli artisti lavoravano per costruirla.

(In copertina: Luigi Busi, Conseguenze di un matrimonio celebrato col solo rito religioso, 1875, collezione privata)

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