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13 Gen

Magnificenza politica. In mostra a Roma i disegni degli arazzi Barberini

Nei disegni preparatori del Cortona e della sua cerchia, si riscopre la bellezza degli arazzi Barberini, capolavori della manifattura impiantata del Cardinale Francesco ad maiorem suis gloriam; l’arte come mezzo estetico di promozione del potere e del culto della personalità. A Palazzo Barberini, fino al 22 aprile 2018.

ROMA. Nella raffinata e opulenta capitale pontificia del XVII Secolo, le collezioni private delle grandi famiglie di Curia rivaleggiavano in splendori e magnificenze. Impegnati da un lato a combattere gli effetti della riforma luterana, strenui difensori dei dogmi della dottrina cattolica, dall’altro Papi e Cardinali si dimostravano paradossalmente raffinati collezionisti di opere d’arte, dai pezzi d’archeologia alle pitture a loro contemporanee, passando per monete, cristallerie, porcellane e arazzi.
A questi ultimi, è dedicata la mostra “Glorie di carta. Il disegno degli arazzi Barberini”, curata da Maurizia Cicconi e Michele Di Monte. L’arte dell’arazzeria fiorì a Roma per iniziativa del potente Cardinale Francesco Barberini (1597-1679), nipote di Papa Urbano VIII, e che dell’illustre zio conservava il medesimo intuito politico, unito a raffinati gusti artistici. L’idea di istallare a Roma una manifattura di arazzi, gli nacque a seguito del prezioso dono, ricevuto dal sovrano di Francia Luigi XIII, di sette arazzi con altrettanti episodi delle Storie di Costantino riprodotte dai disegni di Rubens. Al Cardinale il dono piacque, così come piacque il personaggio, e volle aggiungere altri cinque episodi alla serie, per i quali commissionò i disegni a Pietro da Cortona. La mostra è occasione di riscoperta di questi preziosi cartoni preparatori, che generalmente andavano persi dopo la realizzazione dei relativi arazzi. La manifattura voluta dal Cardinale produsse molti altri raffinati esemplari, avvalendosi per i disegni della cerchia di allievi del Cortona, e pertanto anche i cartoni costituiscono di per sé dei piccoli capolavori. Attraverso la loro bellezza e complessità, la mostra documenta indirettamente anche la qualità dell’artigianato artistico locale, poiché gli arazzi erano appunto prodotti in opifici specializzati dell’Urbe, che impiegavano maestranze dalle eccellenti competenze tecniche, avvalendosi però anche della maggior esperienza dei maestri fiamminghi, che di quest’arte furono i primi ideatori; infatti, il clima umido e inclemente del Nord Europa risultava spesso dannoso per la conservazione degli affreschi, oltre a rendere difficile riscaldare i grandi saloni delle dimore nobiliari. A questa mancanza della natura, si ovviò ideando appunto la decorazione parietale su tessuto, che sfuggiva alla corrosione dell’umidità e permetteva un discreto isolamento termico delle pareti. L’arte dell’arazzeria è una particolare forma di tessitura che necessita di una fitta, robustissima rete di filato (solitamente lana e seta), successivamente istoriata e decorata. Per questa operazione era necessario un modello a grandezza naturale del disegno preparatorio, che veniva poi tagliato in varie sezioni per poter essere riportato sul tessuto. I maestri arazzieri dei Barberini, diretti dal fiammingo Jacob van den Vliete (italianizzato in Giacomo della Riviera), utilizzavano il telaio cosiddetto a “basso liccio”, caratterizzato dall’azionamento a pedali della bocca d’ordito, elemento che velocizza i tempi di lavorazione più brevi, non consentendo però la realizzazione di pezzi di grandi dimensioni.
Entrando nel merito delle opere commissionate dal Cardinale Barberini, si nota nelle Storie di Costantino un chiaro intento di propaganda politica e personale, perché l’accostamento della famiglia al personaggio del grande imperatore romano aveva ovvi risvolti “mediatici”; lo stesso Urbano VIII aveva fatto largo uso dell’accostamento, e il nipote continuò la tradizione, e nello specifico Costantino che uccide il leone può essere letto in controluce come la figura del Pontefice che lotta contro gli infedeli, ma anche e soprattutto contro gli scismatici e i deviazionisti di qualsiasi sorta, supremo pericolo per la Chiesa e il suo “gregge”; un chiaro riferimento a Lutero e alla sua Riforma. Perché questi arazzi non avevano soltanto una funzione privata, ma venivano esposti in occasione di feste, processioni, o addirittura prestati alle famiglie che ne facevano richiesta per occasioni particolari. E il nome dei Barberini ne guadagnava in fasto e lustro.
Accanto a soggetti più strettamente storici, il Cardinale ne commissionò molti altri ai suoi artisti e maestri. La serie più importante uscita dall’arazzeria Barberini (che si trovava prima a Palazzo Rusticucci e poi in Vicolo dei Leutari) è quella dedicata alla vita di Urbano VIII, dai chiari scopi agiografici, realizzata da Antonio Gherardi, Fabio Cristofano, Pietro Lucatelli, Giacinto Camassei e Giuseppe Belloni, che affiancarono, agli eventi biografici, la dimensione allegorica, costruendo un personalissimo teatro dalla magnificenza di un poema del Cavalier Marino. La sottomissione di prelati, dignitari, sudditi, risalta in ognuna delle scene, e la bonifica del Lago Trasimeno è presentata quasi fosse stato un “miracolo” compiuto dal Pontefice. Così come la pace da lui conclusa a Ratisbona nel 1627, documentata da Lucatelli: sostenendo la successione del duca di Nevers a Mantova, poneva fine alla guerra (di cui Manzoni ci offre uno splendido spaccato nelle pagine dei Promessi Sposi), e conteneva l’infiltrazione asburgica in Italia, a vantaggio della Spagna, la cui dominazione coloniale è responsabile del declino socio-politico italiano nel Seicento. Significative anche le Celebrazioni del centenario dei Gesuiti, che della Controriforma rappresentavano i guardiani più efficaci. Da questo punto di vista la mostra è interessante perché permette di ricostruire le vicende della storia d’Italia e di comprendere le ragioni di storture che sopravvivono ancora oggi.
Oltre a soggetti religiosi uniformati ai dettami della Controriforma, il Cardinale Barberini volle anche circondarsi di arazzi a tema mitologico: e gli dèi dell’antica Grecia, per quanto pagani, ben rappresentavano quella sorta di “casta superiore” che abitava nei palazzi della Curia, e regnava incontrastata su una plebe cenciosa e affamata, ma fondamentalmente bonaria, ammansita con il vecchio metodo del panem et circenses.

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