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9 Lug

Bacon, maledette mutazioni

Mutazioni, curata da Gino Fienga, racconta in circa 70 disegni, pastelli e collage, il lato più intimo del tormentato pittore irlandese. A Bologna, Palazzo Belloni, fino al 16 settembre 2018.

Francis Bacon, Papa

BOLOGNA. Suggestioni oniriche e introspettive si affiancano a una muscolarità a tratti michelangiolesca. Francis Bacon (1909-1992) è stato un inquieto indagatore della figura umana, per tramite di una poetica direttamente legata all’inconscio, da cui emergono pulsioni, grida e passioni, nonché ardite visioni erotiche. Scaturita da un talento innato – affinatosi con l’istinto più che con le lezioni accademiche -, l’arte di Bacon si concentra sulla figura umana, su folle di personaggi che sono forse altrettanti alter ego dell’artista stesso, e dai quali emerge una profonda solitudine e una ricerca costante di risposte e di certezze che, probabilmente, Bacon ha faticato a trovare, oppure non ha affatto trovate.

Una ricerca che sembra emergere in maniera particolare da quelle opere a carattere intimo che sono i disegni, raccolti nell’ambito della mostra bolognese Mutazioni: un titolo evocativo di un universo interiore caleidoscopico, capace di attraversare tutto lo spettro delle emozioni e degli stati d’animo. Settanta opere provenienti dalla collezione Ravarino e appartenenti all’ultima fase della carriera dell’artista, e che egli stesso considerava “minori”, in quanto la sua predilezione andava al dipinto, anche se l’età matura lo spinse appunto a riconsiderare il pastello e la matita. Opere che, al pari delle tele, possiedono un profondo legame con l’inconscio, malinconiche, fortemente introspettive, probabilmente in parte autobiografiche, che a distanza di decenni si portavano ancora dentro la ferita causata dal rifiuto del padre di accettare l’omosessualità dell’artista. Uomo conservatore e collerico, veterano della seconda guerra boera, lo allontanò dalla famiglia, ancora adolescente, e il giovane Francis dalla natia Irlanda si rifugiò a Londra nel 1926, dove condusse una vita ambigua, concedendosi a uomini di passaggio, svolgendo lavori occasionali e frequentando saltuariamente la scuola di disegno Saint Martin. L’anno successivo un breve soggiorno a Parigi, ancora vivace capitale culturale mondiale, gli fece conoscere le opere di Picasso, esposte presso la Galleria Paul Rosenberg; fu questa la potente ispirazione che lo incoraggiò a dar sfogo all’amore per l’arte, e tornato a Londra, riuscì nell’inverno del 1929 ad allestire la sua prima personale, nel suo nuovo studio a Queensberry Mews, acquistato anche grazie a Eric Hall, che divenne suo amante e protettore.

Francis Bacon, Crocefissione

La mostra si concentra sugli ultimi quindici anni della carriera di Bacon, dal 1977 al 1992, quelli dove la riflessione esistenziale si fa più amara. Nel suo rapporto con il nudo, è vicino a Schiele, a Brus, a Palme, con la differenza che i toni di Bacon sono sempre sommessi, sottilmente legati alla sfera psicologica che filtra quella più brutalmente fisica. Suggestiva la Crocefissione, che ritrae un Cristo che si è fatto uomo e che di questo condivide le sofferenze, un Cristo autentico, che per dolorosa fisicità ricorda quello del Botticelli.

Il nudo non è comunque l’unica variabile di Bacon, che ritrae con la medesima intensità anche inappuntabili borghesi in giacca e cravatta, e persino i pontefici. Vi si ritrova il medesimo gusto per la deformazione di Grosz o Dix, perché anche quella di Bacon è in fondo una guerra quotidiana contro i pregiudizi (anche della Chiesa) nei confronti dell’omosessualità, e contro quell’angoscia che non lo ha mai lasciato, e che espresse attraverso la deformazione di corpi e volti che si faceva metafora dei meandri della mente, di tortuosi e dolorosi percorsi del pensiero, memore dei suoi inizi difficili, consapevole che tanta parte dell’umanità dovesse ogni giorno sostenere battaglie persino più dure delle sue.

Bacon è stato un artista capace di guardare all’umanità con profonda sensibilità, sviluppando una personale poetica pittorica all’interno della quale non sono mancati gli omaggi e i dialoghi con gli artisti del passato, ma anche con i contemporanei.

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