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12 Ott

In mostra a Mantova l’universo poetico di Chagall

L’universo onirico e arcaico del pittore russo, in 130 opere fra dipinti, disegni e pannellature. Una mostra in collaborazione con la Galleria Statale Tret’jakov di Mosca. A Mantova, al Palazzo della Ragione, fino al 3 febbraio 2019.

Marc Chagall, I musicanti, ca 1911 Galleria di Stato Tretjakov di Mosca © Chagall ®, by SIAE 2018

MANTOVA. Lontano da qualsiasi etichetta stilistica, Marc Chagall (1887 –1985) è stato un delicato e profondo cantore dell’umanità, in equilibrio fra la cultura ebraica russa, la letteratura e il clima delle avanguardie artistiche del primo Novecento. Pur ispirandosi a più fonti, mantenne sempre una sua indipendenza espressiva, una sua riconoscibilità, che ancora oggi fanno di lui uno degli artisti più emozionanti del Novecento.

Marc Chagall come nella pittura, così nella poesia, sottolinea lo stretto legame che il pittore ebbe con la poesia, riuscendo a riportare sulla tela la bellezza spirituale dell’umanità, nella quale non ha mai smesso di credere, pur dovendo suo malgrado attraversare la rivoluzione bolscevica, le persecuzioni contro gli ebrei, la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda. Nato a Vitebsk, cittadina a forte concentrazione ebraica nel Nord della Bielorussia, al confine con Russia e Lettonia, la lasciò nel 1906 per sfuggire al clima vessatorio cui furono sottoposti gli ebrei russi. Stabilitosi a San Pietroburgo, proseguì gli studi artistici prima all’Accademia Russa di Belle Arti, con il maestro Nikolaj Konstantinovič Roerich, e dal 1908 al 1910 alla scuola Zvantseva con Léon Bakst, all’epoca legato alla compagnia dei Ballets Russes di Sergej Pavlovič Djagilev che riscuotevano molto successo a

Marc Chagall, Anime morte, La tavola imbandita di Sobakevič, 1923/1925 Galleria di Stato, Tretjakov di Mosca © Chagall ®, by SIAE 2018.

Parigi. Qui Chagall giunse nel 1910 e trovò una città che era ancora il faro della cultura mondiale: gli ultimi impressionisti ancora in vita lavoravano fianco a fianco con l’Avanguardia cubista di Picasso, Braque e Modigliani, mentre Proust, con la sua Recherche, era il cantore di un Ottocento corrotto, ma che il senso della memoria sapeva comunque addolcire. Rientrò in Russia nel 1914, allo scoppio della Grande Guerra, e ne uscì di nuovo nel 1923, con l’inizio della dittatura bolscevica. Tornò a Parigi, dove rimase fino al 1940, ma con l’invasione nazista fuggì negli Stati Uniti, che lasciò a guerra finita ancora per la Francia, e nel 1952 si stabilì definitivamente a Saint Paul de Vence, in Provenza. E paradossalmente, sarà proprio questa sua condizione di “uomo senza patria” a ispirarlo nella creazione del suo personale linguaggio artistico, costantemente sospeso fra realtà e poesia, avanguardia e tradizione. E sul fondo, quel delicato misticismo ebraico e slavo, filtrato dalla conoscenza degli antichi manoscritti decorati, per quanto riguarda l’ebraismo, e dall’iconografia religiosa e popolare di icone e luboki per quanto riguarda la cultura russa. Che in mostra emerge in particolare dalle illustrazioni per Le anime morte, il celebre romanzo incompiuto di Nikolaj Vasil’evič Gogol’: con quello stile arguto e caricaturale (così come lo scrittore lo era con la penna), Chagall fissa sulla carta quei caratteri umani che compongono il “gran teatro del mondo”. E più in generale, il suo è un universo di profeti, re, pastori, e individui semplici (nei quali è ravvisabile lo strànnik della tradizione russa), tutti insieme pellegrini su questa Terra, immersi in un paesaggio di fiori, case, animali, chiese, molto spesso dell’amata Russia, quando non erano le vedute urbane di Parigi. Chagall è stato fra i pochissimi artisti del Novecento a non lasciarsi distrarre dalla violenza della guerra, dalla “morte di Dio”, e a non perdere la fede, anzi a rimarcare come il patto fra l’uomo e Dio si sia rafforzato nei secoli, come sussista fra la Terra e il Cielo un rapporto quotidiano fatto di silenzio, umiltà, gioia, a volte anche timore.

La mostra copre un arco temporale di circa tre decenni, dagli esordi in Francia nel 1910, alle illustrazioni bibliche della fine degli anni Trenta. Nel panorama artistico dell’avanguardia, dove l’estetica formale viene sempre più sostituita dall’estetica concettuale, il suo Cubismo conserva caratteri sorprendentemente umani, con figure snelle, leggiadre, e una costante meraviglia davanti alla Natura, che conferisce loro quellʼarcaicità quasi medievale. Chagall è pittore dell’umanità, che riesce a raccontare con profondità estetica e concettuale, attingendo a tradizioni russe ed europee, sempre con un andamento musicale, reso evidente dalla levità con cui le figure fluttuano nel paesaggio, a metà fra angeli ed esseri umani. Qui sta la grandezza di Chagall, nel saper cogliere il lato spirituale, giocoso, tenero, fiabesco. Persino la solennità della religione è sfumata nella bontà, esaltazione dell’immensità divina e dell’individuo che in essa si sublima.

Nel suo approccio, Chagall fu molto vicino anche al teatro, e a tal proposito la mostra offre al pubblico la riproduzione del Teatro ebraico da camera, ovvero stanza di circa quaranta metri quadrati, per cui Chagall aveva realizzato le decorazioni delle pareti, del soffitto, il sipario insieme a costumi e scenografie per tre opere teatrali. Un universo di violinisti (sale alla memoria il Rotschild di cecoviana memoria), rabbini, attori, acrobati e gente comune, una meravigliosa metafora dell’umanità al suo massimo della serenità e dell’amore per la vita stessa.

In copertina: Marc Chagall, Sopra la città, 1914-1918 Galleria di Stato Tretjakov di Mosca © Chagall ®, by SIAE 2018

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