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11 Dic

Pistoia città dei pulpiti

Presentato nella chiesa di San Bartolomeo, alla presenza del critico Philippe Daverio, Pistoia città dei pulpiti, terzo volume della collana “Avvicinatevi alla bellezza” della Giorgio Tesi editrice, volta a diffondere la conoscenza dei tesori d’arte della cittadina toscana.

PISTOIA. I pulpiti sono strumenti complessi di comunicazione sociale e politica, che veicolano un doppio messaggio: vocale, attraverso prediche e omelie, e visivo, per tramite delle decorazioni che li impreziosiscono, ragion per cui, in particolare i pulpiti medievali, sono anche opere d’arte di altissimo livello. E l’arte, in quell’Europa medievale dove l’influenza della Chiesa era molto forte, finiva per essere quasi totalmente un suo strumento. L’arte religiosa infatti, caratterizza il Vecchio Continente e l’Italia almeno fino al Seicento, e sin dal Medioevo la città di Pistoia è nota per la bellezza delle sue chiese. Nell’anno della Capitale Italiana della Cultura, la cittadina toscana ha inteso promuovere anche questo patrimonio scultoreo-architettonico, e lo ha fatta attraverso il bel volume Pistoia città dei pulpiti, edito da Giorgio Tesi Editrice, che accompagna il lettore alla (ri)scoperta dei tesori nascosti disseminati per le vie del centro storico.

Pulpito di San Bartolomeo (particolare)

Intervenendo alla presentazione del volume, Philippe Daverio ha notato come l’introduzione del pulpito, a partire dall’XI Secolo, abbia rappresentato il punto di arrivo di una rivoluzione culturale di grande portata: a partire dal Mille, riprende in Europa la vita civile, e la vita urbana torna a fiorire; si impiantano le prime attività commerciali su larga scala, e in Italia l’età comunale permette lo sviluppo di vere e proprie “città-Stato”. Al potere delle armi, sin qui l’unico mezzo per mantenere il dominio, si affianca il potere della parola, anche grazie all’intuizione della dinastia dei Plantageneti che in Francia inventa letteralmente il sistema della cancelleria, ovvero della diplomazia. Alle armi si affianca, per la prima volta dall’epoca romana, il potere della parola, e risorge l’arte della comunicazione. In questo nuovo clima, un secolo più tardi, Francesco d’Assisi intuisce quanto la comunicazione orale sia fondamentale anche per la Chiesa, e i suoi seguaci saranno costantemente impegnati a diretto contatto con il popolo, con lo strumento della predica, tenuta sia nelle piazze sia nelle chiese. Da qui, la necessità di avere a disposizione una struttura che agevoli il compito dell’oratore. E parlando a misura di popolo, nasce giorno dopo giorno il volgare italiano, quello che Dante eleverà a lingua di splendida, immortale poesia. E la lingua, a sua volta, è strumento di identità e riconoscimento per la nascente borghesia di mercanti, banchieri, notai, cambiavalute, che nel Rinascimento costituirà il nerbo della committenza artistica privata, e permetterà la realizzazione di chiese, palazzi, monumenti, dipinti, che ancora oggi costituiscono gran parte del “tesoro d’Italia”.

Pulpito di Sant’Andrea (particolare)

Questa breve sintesi per chiarire come il pulpito non sia una semplice struttura decorativa all’interno di una chiesa, ma sia parte di un processo di progresso civile che ha richiesto secoli per giungere a compimento, e lo ha fatto attraverso episodi e concetti apparentemente lontani fra loro, ma che si sono invece saldati per gettare le basi di quella rivoluzione civile che segnò il Basso Medioevo. La chiesa era il fulcro della vita, anche civile, nelle città comunali italiani fra XII e XIV Secolo; centro di comunicazione, di aggregazione, di discussione (nella chiesa di San Pier Scheraggio, a Firenze, si riunivano i Priori, fra cui Dante). Il guelfismo italiano si spiega perché, all’indomani della caduta dell’Impero Romano, l’unica autorità rimasta in quei decadenti centri urbani, era quella del Vescovo, e a lui fu naturale fare riferimento, in materia spirituale, ma anche civile. Una circostanza che, nel bene e nel male, creò un costume e una mentalità, che la chiesa seppe poi sfruttare a suo vantaggio. Anche dal pulpito, che a Pistoia, in un certo senso, ha trovata la sua città d’elezione sin dal medioevo.

Lo racconta il bel volume Pistoia città dei pulpiti, curato dal FAI Pistoia, incentrato sulle chiese di Sant’Andrea, San Bartolomeo, San Giovanni San Michele e San Zeno: quest’ultima, cattedrale cittadina. I saggi (in italiano e inglese), approfondiscono le vicende delle singole strutture, con un’ampia scheda dedicata al loro pulpito. Si apprendono così le vicende artistiche che hanno avuto come protagonisti Giovanni Pisano, Fra’ Guglielmo, Giorgio Vasari. Artisti prestigiosi, la cui presenza a Pistoia conferma la grandezza del patrimonio artistico cittadino, in particolare a livello di scultura lapidea: sul marmo sono state infatti consegnate all’eternità figure di straordinaria bellezza che raccontano episodi biblici o della vita di Cristo, a edificazione dei fedeli. Molto spesso, sottolinea Daverio, si rimane sorpresi dalla modernità di queste sculture antiche di quasi mille anni, eppure efficaci nel rendere la figura umana, la sua grazia classica, la tenerezza di alcune espressioni, o la drammaticità di certe emozioni. Elementi che le fotografie di Nicolò Begliomini fanno risaltare al meglio, soffermandosi su quei dettagli che spesso, osservando i pulpiti dal basso, possono sfuggire.

Un volume raffinato, dall’elegante impaginazione, che fa luce sulla complessità del pulpito come struttura religiosa e sociale, e intercetta importanti momenti della storia civile europea e italiana.

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