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4 Mar

Torino profumata

Duecento oggetti esposti, tra oreficerie, vetri, porcellane, affiches e trattati scientifici, raccontano un’affascinante storia lunga due millenni, dall’Antica Grecia al XXI Secolo. In collaborazione con il Musée International de la Parfumerie di Grasse. A Palazzo Madama, fino al 21 maggio 2018.

TORINO. Il profumo ha avuto nei secoli, e conserva tuttora, molteplici significati, dai riti religiosi alla seduzione, dall’igiene personale alla tutela della salute. Simboli di raffinatezza – basta ricordare le complicate essenze di cui fa uso il dandy Dorian Gray nel celeberrimo romanzo di Wilde -, così come di seduzione (immortale la goccia di Chanel n°5 con cui si coricava Marilyn Monroe), le essenze profumate hanno avuto una storia affascinante e controversa, racchiusa nella bella mostra Perfumum. I profumi della Storia curata da Cristina Maritano, costruita come un racconto sull’evoluzione e la pluralità dei significati del profumo dall’Antichità egizia, greca e romana fino al Novecento.

Stele centinata di Huy, Egitto, Nuovo Regno (XVIII-XX dinastia, 1550-1070 a. C.), Torino, Museo Egizio

Le origini sono quasi leggendarie: già nell’Egitto del II Millennio a.C. si faceva uso di profumi nel contesto di riti religiosi, come testimoniato dalla stele di Huy proveniente dal Museo Egizio di Torino; il defunto, appena giunto nell’aldilà, porta in dono alla divinità un unguento profumato, e i medesimi unguenti, a base di olio o grasso animale, erano utilizzati nella complessa pratica dell’imbalsamazione. Inoltre, resine e incensi profumati venivano bruciati nel corso delle cerimonie religiose, ed erano quindi un mezzo di comunicazione con le divinità. Attorno all’utilizzo dei profumi, fiorì un vasto artigianato che forniva vasi e ampolle in vetro, terracotta, alabastro, per la loro conservazione, come testimoniato dai ritrovamenti archeologici all’interno dei corredi funerari, che restano la fonte principale di documentazione sulla civiltà egiziana antica. Anche nelle altre civiltà mediterranee il profumo godeva di un’alta considerazione, ed era largamente impiegato anche per usi mondani, e i maestri profumieri siriani erano considerati i migliori dell’epoca. Gli stessi Romani importavano essenze proprio dalla Siria, così come a Roma erano sorte diverse attività profumiere gestite da siriani. Il commercio con l’Oriente era stato quindi il mezzo con cui l’utilizzo del profumo era giunto sull’altra sponda del Mediterraneo.

A seguito dell’ondata di invasioni barbariche, caduto l’Impero Romano e perso anche il ricordo di quella civiltà, nell’Europa cristiana dell’Alto e Basso Medioevo il profumo perde buona parte della considerazione di cui aveva sin lì goduto. In una società intrisa di misticismo e senso del peccato, un’eccessiva cura del corpo significava esporsi alle tentazioni del demonio; pertanto, le essenze profumate rimasero confinate al campo della farmacopea, e in particolare alcune resine erano ritenute capaci di prevenire la peste. All’altro capo del  Mediterraneo, invece, la sapienza profumiera antica non va perduta, e la civiltà araba continua nella produzione di essenze, migliorando sensibilmente la loro qualità grazie agli approfonditi studi di chimica dell’uzbeko Avicenna e all’invenzione dell’alambicco, che permette di sviluppare essenze a base di alcol, dalla tenuta più lunga. L’artigianato che accompagna il profumo è sempre fiorente, come si evince dalle fiasche da profumo di arte ottomana, in ottone geminato, in legno di rosa e in maiolica e vetro, esposte a Palazzo Madama.

Pot-pourri, Doccia, manifattura di Carlo Ginori, 1750 circa, Torino, Palazzo Madama, Museo Civico d’Arte Antica

Con l’avanzare del XV Secolo, la progressiva laicizzazione della cultura in seno alla società rinascimentale, permette anche al profumo di affrancarsi dall’ambito strettamente religioso, e di diffondersi largamente almeno fra le classi sociali più elevate. L’Italia, che dà il la culturale al resto d’Europa, fa altrettanto nel campo profumiero, e in particolare alla corte medica di Firenze si sviluppò una raffinata scuola di fabbricazione di essenze, che nel secondo Cinquecento sarà esportata a Parigi da Caterina, a seguito del suo matrimonio con Enrico II di Valois. La grande novità del secolo nel campo della profumeria furono le essenze che giungevano dalle Indie, ovvero dal continente americano che spagnoli e portoghesi, dopo aver depredato d’oro, cominciavano ad apprezzare anche per un altro tipo di risorse, dal cacao alle essenze profumate, appunto. L’arte profumiera si espande anche nel resto d’Europa, dove la Riforma luterana ha favorito la nascita di un ceto borghese imprenditoriale che diventa ben presto un grande consumatore di profumi, affiancandosi all’aristocrazia. Nel XVII Secolo, con l’Italia nuovamente “bloccata” dalla Controriforma e immersa nel funereo costume spagnolesco, la supremazia nel campo della profumeria passa alla Francia, che la manterrà fino al Novecento; e a partire dal Settecento sviluppa l’idea del pout-pourri, ovvero essenze profumate di origine vegetale, seccate e inserite in elaborati contenitori, utilizzati per decorare e profumare gli ambienti. Si tratta di piccoli capolavori che testimoniano la raffinatezza di un’epoca.

Shocking, Schiaparelli 1937, collezione Parma Color Viola

Sul finire dell’Ottocento, l’esplosione della Belle Epoque, e dell’Art Nouveau, coinvolgono ovviamente anche il settore profumiero, e nascono le grandi case commerciali, da Floris a Creed, fino a Houbigant, Heraud e D’Orsay, questi ultimi tre a stretto contatto con Lalique da cui si facevano produrre le boccette in vetro decorato, mentre Guerlain si affida a Baccarat. A partire dagli anni Venti, con l’inizio dell’emancipazione femminile su larga scala, il profumo diventa ancora di più un oggetto quotidiano anche per tante donne del ceto medio, che cominciano a seguire la moda con particolare attenzione, affiancata alla cura del corpo. Un andamento che conoscerà una pausa forzata soltanto con la Seconda Guerra Mondiale, ma già dagli anni Cinquanta, con l’affermazione definita della società di massa, il profumo è a tutti gli effetti un elemento del quotidiano, irrinunciabile nella cura personale. E sempre più le grandi case di moda, sull’esempio di Coco Chanel, lavorano all’ideazione di essenze legate allo stile del marchio, con bottigliette che in un certo senso completano la collezione di abiti. Da Jean Paul Gaultier a Ralph Lauren, da Armani a Versace, con un’idea di lusso estremo quasi ossessiva. A controbilanciare questi “eccessi”, la sobrietà di case profumiere di tradizione come Acqua di Parma.

A completare la mostra, un’interessante sezione dedicata alla materie prime e agli antichi ricettari per la produzione dei profumi fra Medioevo e Rinascimento, quando il muschio, lo zibetto, il castoreum e l’ambra erano le principali sostanze di origine animale che entravano in questa particolare “scienza”.

Una mostra raffinata e non ovvia, che racconta la storia e l’evoluzione di un accessorio oggi d’uso comune, ma alla cui origine sta una ricerca che parte dall’antichità e che ha visti implicati chimici, intellettuali, artisti e persino medici. Un accessorio che ha attraversato i secoli, assorbendo anche molti dei fenomeni sociali che nei secoli hanno cambiato la vita quotidiana.

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