TOP
30 Gen

Laura Marzadori, in incantevole equilibrio tra musica, Scala, moda e social

Chioma dorata, sguardo sognante, portamento elegante. Ma anche grande talento, carattere e determinazione. È Laura Marzadori, violinista di origine bolognese, oggi trentenne, che da ben cinque anni ricopre il ruolo di primo violino di spalla del Teatro alla Scala di Milano. Studi di violino iniziati fin dai quattro anni di età nella sua città sotto la guida di Fiorenza Rosi, insegnante di metodo Suzuki. Poi il diploma con lode e menzione speciale al Conservatorio Martini di Bologna, il perfezionamento con Giuliano Carmignola e Pavel Berman, con Salvatore Accardo all’Accademia Stauffer di Cremona e alla Chigiana di Siena e con Zakhar Bron.
Riceve alcuni tra i massimi riconoscimenti in numerosi concorsi violinistici tra cui, a soli 16 anni, il Premio “Città di Vittorio Veneto”. Nel 2011 e 2012 è finalista premiata al Concorso Internazionale di Violino di Sion e al Concorso Internazionale di Buenos Aires, presidente di giuria Shlomo Mintz. Nel 2013, col Trio AMAR, con Leonora e Ludovico Armellini (pianoforte e violoncello), ha ricevuto il “XXXII Premio Abbiati” dedicato a “Piero Farulli” dall’Associazione Nazionale Critici Musicali. A soli 25 anni vince il concorso per primo violino di spalla dell’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano. Si esibisce sotto la guida di celebri bacchette tra cui Daniel Barenboim, Riccardo Chailly, Daniele Gatti, Daniel Harding, Zubin Mehta e Antonio Pappano e da camerista collabora con nomi tra cui Salvatore Accardo, Pavel Berman, Rocco Filippini, Bruno Canino, Antonio Meneses, Antony Pay, Andrea Lucchesini e Bruno Giuranna. Suona il violino Guadagnini, ex-Kleynenberg, del 1783 di proprietà della Fondazione Pro Canale. La incontriamo per domandarle del violino, suo inseparabile compagno di vita, della sua esperienza scaligera e di quella cameristica più recente, in Trio con le sorelle Sara e Irene, rispettivamente viola e violino e in Duo con il pianista Olaf Laneri. Ma anche della sua passione per la moda vissuta da testimonial del brand italiano Atelier Emé per la Filarmonica della Scala e da fashion influencer su social come Instagram.

Il violino come compagno di vita, come e quando è scoccata la scintilla che vi ha fatto innamorare?

«Ho iniziato lo studio del violino all’età di 3 anni, per questo la musica ha sempre fatto parte della mia vita e suonare era per me una cosa naturale come giocare mangiare e leggere. Ho sempre amato la musica, ma la decisione di farne una professione l’ho presa circa a 12/13 anni, quando ho capito che sarei stata disposta a mettere lo studio musicale davanti a tutto».

L’inizio degli studi musicali con il metodo Suzuki: cosa pensa di questa modalità di insegnamento musicale rivolto ai più piccini talvolta criticato?

«Ho iniziato a suonare il violino con il metodo Suzuki sotto la guida di un’insegnante straordinaria, Fiorenza Rosi. Trovo che questo metodo sia uno dei migliori perché lavora su punti fondamentali per la formazione di un musicista come l’orecchio, la memoria e il piacere di suonare insieme. Ovviamente si deve avere la fortuna di trovare bravi insegnanti (ma questo vale per qualsiasi metodo) e, sinceramente, credo che chi lo critica non lo abbia conosciuto e capito a fondo».

La vittoria a soli 25 anni di un prestigioso posto come quello di spalla dei primi violini del Teatro alla Scala: come questo traguardo ha cambiato la sua vita?

«Il concorso alla Scala ha rappresentato il coronamento di un sogno e soprattutto il risultato sperato di un periodo molto faticoso di preparazione al concorso. Avere la possibilità di suonare in un Teatro così prestigioso sotto la guida di direttori straordinari è una soddisfazione immensa. Non voglio comunque pensare che questo sia un punto di arrivo, voglio continuare a migliorarmi e studiare proprio per poter svolgere il mio ruolo di spalla al meglio ed onorare questa posizione prestigiosa».

Come vive da giovane donna la vita d’orchestra, valutata spesso come faticosa e, se vogliamo, in qualche misura routinaria?

«La vita d’orchestra per me è una continua scuola. Vivo ogni prova come una possibilità di apprendere qualcosa di nuovo sia dal direttore con cui sto collaborando sia dai colleghi che mi trasmettono la loro esperienza. Certo è stancante, ma ne vale la pena. Per fortuna non avverto la sensazione di routine in ciò che faccio perché anche quando eseguiamo due volte la stessa opera è sempre come suonarla per la prima volta. Ogni direttore ha la sua visione e spesso rimango stupita da chiavi di lettura tanto diverse, ma è forse proprio questo che fa sì che mi possa sembrare di suonare la stessa opera sempre come la prima volta!»

Affianca alla vita d’orchestra quella di solista e camerista. A proposito di quest’ultima, suona in duo con il pianista Olaf Laneri. Quale, a suo avviso, l’importanza della musica da camera?

«Per me l’impegno in entrambe le attività, di solista e camerista, è fondamentale. Entrambe rappresentano le mie radici e, anche in questo caso, due strumenti di continua evoluzione. La musica da camera mi consente di esprimere al meglio la mia personalità di musicista ed ho la fortuna di condividere il palco con un pianista eccezionale come Olaf (oltre ad aver avuto il privilegio di suonare con musicisti eccezionali quali Salvatore Accardo, Bruno Giuranna, etc…) Così come l’attività solistica, estremamente impegnativa, mi permette ogni volta di crescere e mettermi alla prova. Certo, l’emozione di suonare un concerto da solista con orchestra è davvero impareggiabile».

Appassionata di moda è testimonial del brand italiano Atelier Emè per la Filarmonica della Scala e si dedica con successo all’attività di fashion influencer. Pensa che anche queste possano essere vie per avvicinare i giovani all’erroneamente concepito come “polveroso” mondo della musica classica?

«La passione per la moda è nata quando avevo 15 anni. Ho sempre pensato che essere una musicista non dovesse impedirmi di essere una ragazza che coltiva le proprie passioni. Così, da un anno ho deciso di iniziare l’attività di fashion influencer. Si tratta di uno strumento di svago e di condivisione di ciò che amo con altre persone. Per questo, avendo notato ottimi risultati in poco tempo, ho deciso di rendere partecipe il mio pubblico sia della mia attività musicale sia della mia passione per la moda e credo che questo possa contribuire ad avvicinare anche giovani che non conoscono il mondo della classica alle sale da concerto. Sono molto felice, inoltre, che brand famosissimi dimostrino grande interesse ed ammirazione per il mio ruolo e per ciò che rappresento nel mondo della musica classica e per questo mi propongano diverse collaborazioni. L’unione tra moda e arte può sicuramente portare ad aspetti molto positivi!»

Nel panorama musicale classico internazionale artisti come Ray Chen, David Garrett e molti altri utilizzano i social e modi di porsi più “freschi” per conquistare nuovo pubblico. Quale la sua posizione in merito?

«Credo che musicisti come David Garrett che hanno scelto di proporsi in un modo non strettamente canonico per un musicista classico, facciano bene a proseguire sulla strada che meglio li rappresenta. È importantissimo sentirsi liberi di poter esprimere la propria personalità, anche se questo può suscitare critiche. La cosa importante a mio avviso è che ci siano alla base dei musicisti bravi e consapevoli. E nel caso di Garrett e Chen parliamo di violinisti straordinari».

Ha suonato diretta da importanti bacchette tra cui Daniel Barenboim, Riccardo Chailly, Daniele Gatti, Zubin Mehta, Daniel Harding, un’esperienza professionale legata a questi mostri sacri che ha piacere di ricordare?

«Ho ricordi straordinari con tutti i direttori da lei citati. Sicuramente non dimenticherò la nona sinfonia di Mahler con Barenboim: una delle mie prime esperienze come spalla del Teatro alla Scala, un’emozione unica e un insegnamento che porterò sempre dentro di me».

Da giovane ai giovani: quali consigli darebbe ai violinisti che guardano a lei come un esempio per la propria carriera?

«Posso certamente consigliare ai talenti emergenti di non farsi scoraggiare dal mondo della musica classica, nonostante spesso possa intimorire. È un mondo estremamente competitivo che forse pretende dai musicisti prestazioni come fossero atleti; prestazioni sempre perfette e ritmi di vita spesso impossibili. Credo che la cosa importante sia non perdere la propria identità musicale anche a discapito della carriera. Insomma, non siate come vogliono gli altri ma come sentite di voler essere e di essere sempre stati».

 

 (Tutti i ritratti sono di Marco Cambiaghi)

 

Nessun Commento

Inserisci un tuo commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.